Ricordi di un cronista curioso

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Emanuele Giacoia
C’è qualcuno, tra i cortesi lettori, magari con qualche anno in più, che ricorda una famosa rubrica televisiva quotidiana dal titolo Cronache italiane, e che precedeva il Tg1? Erano gli anni ’70. Nel mio lungo impegno in Rai, oltre a tante altre cose, produssi tantissimi servizi per Cronache italiane, che era curata dal bravo collega Frano Cetta. In Calabria non mancavano (come non mancano) spunti di cronaca di ogni genere, ma devo dire che ancora oggi, a distanza di qualche decennio, mi sento chiedere “ma il Catanzaro che fa?”, oppure dirmi “ricordo la sua voce in Novantesimo” o Tutto il Calcio minuto per minuto, per poi aggiungere il solito sospiro: “…bei tempi!”.

Arrendiamoci al dilagare dello sport, e del calcio in particolare. Ma mi si permetta di fare ricorso alla memoria e alle emozioni ricordando momenti giornalistici davvero unici, indimenticabili. E a proposito di Cronache italiane, un “pezzo” in particolare è rimasto, certamente insieme con altri, nel mio cuore. Mi riferisco a quella volta che con la troupe andammo fino a Petilia Policastro, nella Sila Piccola, sulle tracce del convento detto della “Sacra Spina”, una costruzione del XIV secolo, dentro al quale, ci avevano detto, era conservata, all’interno di una teca di vetro sull’altare della chiesa, tutt’uno con il convento, addirittura una spina appartenuta alla corona di spine che cinse il capo di Gesù nel momento della crocifissione. Era un lontano dicembre, e c’era già qualche traccia di neve sulla strada. Nel convento trovammo un solo frate, solo come un eremita.

Ci disse che negli anni i confratelli erano via via deceduti, e sepolti nel piccolissimo cimitero adiacente. Era solo anche perché l’ordine a cui apparteneva, i francescani, non avevano mandato altri religiosi fin laggiù. Si capiva che era felice della nostra venuta, che rompeva quella pur dolce clausura, felice di essere in compagnia e parlare, raccontando e parlando senza sosta, le sue vicende. Non si lamentò mai, fu anzi sereno e tranquillo mentre ci accompagnava verso le celle vuote ormai da tempo e lungo i freddi corridoi dell’abbazia, dalle cui celle, illuminate dalle candele, venivano fuori immagini suggestive. Passammo poi la serata, e quasi tutta la notte, nella grande cucina, accanto al camino col fuoco sempre acceso, cenando con castagne e fichi secchi prelevati da due enormi e antichi cassoni. Il frate si scusò perché non aveva altro da offrire, poi però trovò anche del pane e ci spiegò che ogni tanto qualcuno portava anche uova, formaggio e qualche salume. Il buon uomo per cercare di arricchire la nostra cena, mise in una pentola sul fuoco scoppiettante una grossa porzione di quelle castagne secche a bollire, e quando queste furono lesse le mise in un piattone ricoprendole di zucchero. Ogni tanto, disse, portano anche lo zucchero.

Nel frattempo l’operatore televisivo Giancarlo Geri girava nelle piccole celle illuminate dalle candele. La luce non bastava, ma noi eravamo stati previdenti, con appresso il nostro generatore dopo aver saputo che lassù di corrente non c’era neanche l’ombra! E con quella luce, in parte sbucante dalle celle, le riprese di Giancarlo nell’oratorio, in chiesa, e in quel cortile dove il vento nel frattempo frustava grandi alberi. Infine, ecco finalmente la “Sacra Spina” sull’altare. E noi lì, a seguire affascinati fissandola, pensando che potesse essere davvero stata conficcata nel capo di Gesù. Ammaliati, stregati da quella visione.

L’emozione, il turbamento, il coinvolgimento nel corso del nostro lavoro. Un ricordo straordinario. Il frate volle celebrare la santa messa, ed erano le undici di sera. Nel silenzio e nel freddo della chiesa, commuovendoci tutti. Il servizio tv per Cronache italiane, devo dire per tutti straordinariamente suggestivo, andò in onda proprio alla vigilia di Natale. Il titolo? “Sorella solitudine”.
ITACA n.34