L’anima divisa di un emigrante al contrario

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A Capo Vaticano, lo scrittore veneto Giuseppe Berto, scelse di trascorrere gli ultimi anni della sua vita, interrogandosi, arrovellandosi, sulle ragioni più profonde dell’identità di una terra e di un popolo.
Si chiese cosa portasse i Calabresi alla rassegnazione e pure così infaticabili nell’opera di distruzione di tutto quanto di bello la loro terra avrebbe da offrire

Giorgia Gargano

Non c’è spazio per l’indifferenza, per un demi-vivre; la Calabria si ama o si detesta. Di solito i Calabresi la detestano, fin quando ci vivono. Appena se ne allontanano, la rimpiangono, la inseguono, la desiderano. Perché le montagne, il mare, le zolle, i sassi, vengono a disegnarti dentro una mappa che non è soltanto quella della tua terra natale, ma è la strada verso una terra che ti sagoma il carattere, ti forgia le mani, ti allena il cuore. I Calabresi solitamente non amano gli estranei, nonostante la vulgata li voglia ospitali e accoglienti. Lo straniero è guardato con sospetto, analizzato, soppesato e solo infine accolto.

Troppi invasori, troppi sfruttatori sono incisi nei geni di questo popolo. Con questo spirito Giuseppe Berto dev’essere stato accolto in Calabria: biondo di capelli, i chiari occhi pungenti di chi deve prima capire e poi di chi ha scelto questa terra come suo luogo di elezione, non potevano non destare sospetti in chi la stessa terra deve sopportare per dovere di nascita e condanna del destino. Averla scelta ha significato per Berto assorbirne gli aromi, i fantasmi, i colori, i travagli.

Berto ha amato la Calabria, in misura eguale l’ha sofferta. L’ha conosciuta, osservata e criticata, con il garbo però di non prenderne le distanze. Qui è giunto seguendo una geografia interiore alla quale forse non aveva dato un vero peso. Ci è arrivato con sulle spalle il più che lecito bagaglio di sospetti e pregiudizi di un veneto che ha conosciuto i calabresi fuori sede, dei quali aveva imparato che non bisogna fidarsi troppo quando descrivono la loro terra d’origine, perché “la amano di un amore snaturato”.

Dopo le ben immaginabili difficoltà sulla locale rete stradale (siamo nel 1956), accompagnato da un giovane incontrato per caso, Berto giunse sul terrazzo di Capo Vaticano con una certa sorpresa: una volta lì, alle sue montagne, alle sue nevi, ai suoi fiumi, d’un colpo si sostituì il mare Tirreno, quello interrotto dalle rocce eoliane e dallo Stromboli fumante, quello delle lampare notturne e, all’epoca delle spiaggette semideserte di giorno. “Di solito uno appartiene a due luoghi: quello in cui è nato e quello dove gli piacerebbe vivere. È uno degli elementi della nostra inquietudine, questo, perché poi accade che se si sta in uno dei due luoghi ci si sente un po’ infelici di non stare nell’altro. Comunque, appena la vidi, seppi che quella terra dalla quale si scorgevano quelle magiche isole era la mia seconda terra, e qui sono venuto a vivere”.

Qui dunque venne a vivere lo scrittore dei tormenti esistenziali del Novecento, l’ex fascista senza più fede politica, il tormentato paziente in psicoanalisi de Il male oscuro, l’agnostico cercatore di messia de La gloria, l’intellettuale che soffrì l’isolamento dall’élite imperante del pensiero nazionale postfascista, che pretendeva tesserini di pura fede marxista da chi osasse avventurarsi sulla via della cultura ufficiale.

A fronte di tali ostacoli, ben poca cosa dovette apparirgli l’asperità delle montagne calabresi. Che cominciò a percorrere in lungo e in largo, producendo una serie di articoli, raccolti in un prezioso volume edito dall’editore Monteleone di Vibo Valentia, Il mare da dove nascono i miti, e che restituiscono di Berto non solo l’immagine del grande giornalista, scrittore e cronista che fu, ma soprattutto quella di un ecologista ante litteram, un instancabile critico di governi e scelte politiche e ambientali sbagliate, che generazioni di governanti perseguirono con esemplare pervicacia a danno di una Calabria che non aveva né gli strumenti né la coscienza critica per difendersene.

Troppo bene Berto conosceva i Calabresi, per non sapere che doveva venire dall’esterno chi li dovesse difendere. Lui lo fece, con tutti i mezzi che gli erano congeniali e armato della sua penna, per oltre trent’anni. Che non sono bastati, tuttavia, per arginare lo sfascio e il degrado urbanistico che aveva davanti agli occhi nel 1978, quando morì. Come tutti gli amanti del Sud, ma nel suo caso con un accanimento particolare, derivato dall’essere diventato un emigrante e converso, un emigrante “all’ingiù” invece che “all’insù”, si chiese per tutta la vita cosa portasse i Calabresi a essere così infaticabili in quest’opera di distruzione di tutto quanto di bello la loro terra avrebbe avuto da offrire: ed emergevano le ragioni che tutti ben conosciamo.

Troppi secoli di colonialismo, troppi cataclismi naturali, troppe asperità geomorfologiche… Ma, in sintesi, erano queste le sue conclusioni: “Io, che non mi intendo molto né di politica né di economia, posso anche dire che la causa di tutti i mali del meridione è proprio quella cupa tristezza… Capisco che una miseria così grande e così antica ad un certo punto toglie anche la voglia di tirarsene fuori”.

La sospensione del tempo, l’incapacità di riscuotersi dalla miseria sono le due percezioni alla base del terzo romanzo di Berto, uno dei meno noti, scritto sulla Calabria quando ancora non vi abitava e quando forse non aveva ancora approfondito la relazione umana con la popolazione locale. Il Brigante è del 1951, usciva dopo il grande successo de Il cielo è rosso e inseriva Berto nel contesto della narrativa neorealistica, che non gli portò tuttavia molta fortuna di critica in Italia. La storia de Il Brigante pareva nascere da una costola di Gente in Aspromonte di Alvaro, ma ne lasciava da parte la lezione lirica del linguaggio, a favore di una grande asciuttezza nei dialoghi e nelle descrizioni.

La Calabria disegnata da Berto – verrebbe da dire – è distante da quella di Alvaro i mille chilometri che la separano dal Veneto. Nel brigante Michele Rende, è ritratta tutta l’ansia dei tempi nuovi post bellici, che si risolve in un’ingenua adesione ai principi della giustizia proletaria, che convivono, senza configgere, col non saper abbandonare l’antico retroterra di giustizia vendicativa.

Il brigante gentiluomo, figura ideale e temiamo idealizzata, che nella smania giovanile impulsiva e determinata di fare giustizia lascia che sia fatta giustizia persino di sé, ha forse il suo culmine nelle scene in cui è più celata: quelle cioè dell’occupazione delle terre. All’alba una folla di poveracci s’incammina alla volta dei campi lasciati brulli dai nobili e la fatalità, l’ineluttabilità della decisione ormai presa non impedisce a giovani e anziani di tremare, di esitare, di subire la propria stessa volontà. “Raccolsero da terra i loro carichi e cominciarono ad andare, senza grida né canti”.

Niente a che vedere con la folla vibrante, fremente, impaziente, rumorosa dei personaggi di Leonida Répaci che occupano le terre di Melissa. E difatti, mentre i morti di Melissa ingenerano rabbia e impotente amarezza, l’unico morto di Berto è un destino al quale non è possibile sfuggire, l’ennesima fatalità, l’ennesimo lutto inferto dall’alto. Perché “era difficile toglierli alla loro rassegnazione, ma qualche volta le parole erano come il verbo di Dio, crescevano dentro di loro e da granello diventavano albero… Non osavano riconoscersi dei nemici vicini e reali. Andavano a cercare le ragioni delle loro disgrazie in qualcosa di astratto, contro il quale fosse impossibile combattere, e lo chiamavano Dio o la legge o il governo”.

Non resta che l’ironia, di fronte alla spinta autodemolitrice del calabrese. “I Calabresi si sono venduti l’anima per un piatto di lenticchie”, annota amaro Berto nel 1977 e con questa convinzione ha chiuso la sua vita. Berto è ancora qui, sepolto nella sua Capo Vaticano, strano straniero emigrante al contrario. Per amore. E solo chi nella vita non ha mai amato potrà non capire.

ITACA n. 15