Marcia dei braccianti a Fragalà

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Marcia dei braccianti a Fragalà

Leonida Répaci, a breve distanza di tempo da quell’evento che lo emozionò e sdegnò, ne scrisse il racconto per un numero speciale, dedicato alla Calabria, della rivista Il Ponte di Firenze. Era l’autunno del 1950
Leonida Repaci

La notizia si propaga come un fuoco. Si parte stanotte alle tre. È l’ora in cui le stelle del mattino risplendon più vive, prima di farsi pallide davanti alla luce dell’alba. Alle cinque la dorsale di Fragalà sarà raggiunta dalla popolazione di Melissa. Le bestie, i vomeri, le zappe, i picconi, le mazze, i sacchi di grano da semina, le scuri, i falcetti, i tridenti, sono toccati con mani che suggellano giuramenti. […]

Interviene Cosimo Malopinto: – É un appuntamento troppe volte rimandato, e sempre per causa nostra. Siamo diventati vecchi promettendo a noi stessi di seminare a Fragalà. E fino ad oggi non abbiamo seminato che vento e miseria per la nostra vita. Ribadisce Natale Cicala: – Noi siamo cent’anni di fame. La terra è cent’anni che chiama.

Almeno prima di morire saremo accorsi alla sua chiamata. […]

Ora parla Cristo Surace:

– La terra è stata usurpata a noi. Tocca a noi consegnarla novella, come una dote, ai nostri figli. […]

Tra poche ore a Fragalà dimostreremo al barone che sappiamo coltivare i suoi deserti. Ora su quelle terre non c’è che mortelle e spine. Domani ci sarà grano, e col grano l’olivo, il fico, la vigna… I nostri figli non saranno nudi e bruchi come noi. […]

S’alza un canto d’amore cui dà l’avvio la fresca voce di Angelina Mauro, la portabandiera:

« O rindineddha chi passi lu mari ferma/quantu ti dicu du palori/ quantu ti scippu na pinna di ll’ali/na littara nci fazzu a lu me amori./Tutta di sangua la vogghiu vagnari/e pe siggillu nci mentu lu cori./ Sta accorta rundineddha, n’t’annegari./Tu perdi lu siggillu, e jeu lu cori … ». […]

Sono anni che si parla di colonizzare Fragalà, ed ecco il momento è venuto. Non ci sono solo i vivi per il tratturo a camminare. Tra le ombre che allacciano le luci ondeggianti delle lanterne e delle torce si muovono altre ombre che vengon di lontano. Vengon di sottoterra, e son gli spiriti dei vecchi braccianti, morti disperati per non aver ripreso Fragalà all’usurpatore. È anche la loro festa, questa. Anche loro saranno presenti nel gesto di chi sparge il primo grano sulla brughiera. […]

Un po’ trasognata, marcia Angelina Mauro con la bandiera spiegata. Il rosso del tricolore è quello che più somiglia al viso di Angelina mentre i suoi occhi sono neri e grossi come olive ottobrariche. […]

L’arrivo nella selletta di Fragalà è salutato da grida di evviva e sventolio di bandiere. C’è il presentimento del sole nell’aria che ha perso il morso e già si stende come una calma benda sulla brughiera. Fatto cerchio intorno a sé Peppe Campana si inginocchia e bacia la terra. Il suo gesto è imitato da tutta la popolazione.

Onna Cuncia e Grazia Palà non potendo chinarsi a causa del ventre gonfio sfiorano la zolla con due dita che poi portano religiosamente alla bocca. […]

Si formano squadre miste di giovani e di anziani, al comando di uno di questi ultimi. Toccherebbe ai vecchi buttare il grano, ai giovani interrarlo, ma chi potrebbe impedire a Cosimo Malopinto, a Natale Cicala, a Cristo Surace, a Peppe Campana, di infiggere la lama della zappa nel terreno come nel costato maledetto della Fame? […]

Dalla parte sud del versante, ecco avanzare gli uomini della Celere, fatti venire apposta dalla vicina Puglia. Sono centinaia, e tutti armati di moschetto, col supplemento delle bombe nel tascapane. Avanzano come in guerra, piegati sulle gambe, aggobbiti più che possono per evitare la mitraglia dei braccianti di Melissa. I quali nel vederli non si muovono, seguitano a zappare tranquilli.

I celerini non si fidano di quella calma traditrice. Eccoli avanzare come furie vendicatrici contro le squadre contadine che hanno osato incidere con la zappa l’eterno diritto del padronato.

Sono ormai a duecento metri, sono ormai a cento metri, e i braccianti seguitano a colpire la brughiera con i loro fendenti precisi, scanditi da un ansito un po’ greve nella gola.

Tocca a Peppe Campana, il più vecchio di Melissa, alzare la testa. Guarda verso le schiere avanzanti e scandisce con voce solenne: Figlioli, siate i benvenuti. Stiamo lavorando di lena. Non fate peccato davanti a Cristo… Gli sorgono al fianco due giovani, Francesco Nigro e Giovanni Zito.

Urla il primo raccogliendo la voce con la mano: Siamo tutti italiani. Vogliamo solo un po’ di pane… Non abbiamo armi.

Urla l’altro: Questa terra abbandonata non serviva a nessuno… Per noi poveretti è la grazia di Dio… Siete nostri fratelli…

Non possono aggiungere altro. Al breve comando di un graduato i celerini aprono il fuoco. Zito e Nigro cadono nel loro sangue, stramazzano nei solchi che essi stessi hanno scavato.

Resta illeso, tra il fischiare delle pallottole, Peppe Campana. Fattosi bianco come la cera grida alzando le braccia per maledire: Vigliacchi, uccidete chi non vi ha fatto niente… Possa Cristo fulminare voi e i vostri figli… Non avrete più pace…

Proseguendo nell’azione di guerra i celerini prendono di mira altre squadre. Cade fulminata Angelina Mauro, che s’è precipitata per sollevare la bandiera nel sole. Stramazza colpita in fronte, mentre intorno a lei si torcono decine di feriti.

A questo punto i vendicatori si fermano per vedere quel che succede. Succede che i superstiti si buttano sui morti e sui moribondi per piangerli o per soccorrerli. Questo spettacolo sveglia nei celerini la vena ilare. Uno prende di mira un mulo che corre impazzito, trascinando per l’incolto il suo aratro senza morso. Un buon puntatore, il celerino, e il mulo cade fulminato. Altri celerini pensano che l’acqua dei barili non sia adatta per lavare le ferite dei moribondi e il viso dei morti. Sparano sui barili dell’acqua che si aprono sul terreno come gusci di noci.

Nessun celerino pensa di far ritornare con un colpo di mitra, nel buio da cui è arrivata, la creaturina di Grazia Palà. La madre è svenuta. Distesa per terra, e seguitando a perder sangue dal grembo scoperto, pare già morta. Una giovinetta raccoglie la creaturina e la stringe al petto. Sembra la neonata un enorme insetto rosso, da cui esca per miracolo un vagito umano.

ITACA n. 7