Natino Chirico per il mito di Charlot

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La sua vita è una triangolazione tra Reggio, Milano e Roma. Dalle prime mostre in riva allo Stretto alle collaborazioni con Gianni Versace e Ken Scott. Fino alla galleria di personaggi ispirati alla settima arte. Primo fra tutti Charlie Chaplin, che assurge a simbolo della lotta dell’uomo contro tutti i soprusi

Enzo Romeo

Quando Natino Chirico sale sul treno per Milano ha vent’anni e tanta voglia di affermarsi. Esattamente come le migliaia di emigrati calabresi che partono in direzione nord. È il 1973 e Reggio, la sua città, si porta ancora addosso ben visibili le ferite della rivolta e la frustrazione per le promesse tradite e lo sviluppo mancato. Lui è quello che oggi si direbbe un “ragazzo difficile”: fragilità familiari, poca voglia di studiare, qualche grillo per la testa. Il suo nome di battesimo, Fortunato, non gli calza bene addosso e il diminutivo con cui lo chiamano serve a ridurre la sproporzione tra etimo e realtà. In compenso il cognome ha qualcosa di premonitorio; verrebbe voglia di aggiungere la particella nobiliare per accostarlo al grande Giorgio de Chirico.

La passione per l’arte e la pittura è in effetti la fiammella che lo scalda e lo illumina.

Natino frequenta il liceo artistico, poi s’iscrive all’accademia di belle arti e alla facoltà di architettura. Avvia le prime sperimentazioni: i suoi “paesaggi calabresi” sono trasfigurati nelle forme e nei colori. Sa modellare con naturale facilità la figura, ma non si accontenta ed esperimenta nuove soluzioni, che lo fanno vagare nei territori post-impressionistici e dell’astrattismo. Espone i suoi quadri nelle agorà culturali reggine: al Teatro Cilea, alla Galleria Bruzia, al Museo archeologico nazionale. Si sente molto più realizzato a dipingere che a fare il bullo con i coetanei, alcuni già adocchiati dalle ’ndrine. Alla loro compagnia preferisce quella di Gianni Versace, troppo dissimile dagli altri per far parte del branco. Gianni è un mix di creatività e tenacia, un vero esempio per Natino, che è più giovane di lui di sette anni. Il futuro re della moda nel ’72 lascia la sartoria della mamma, che si trova in Via Gulli, tra la Marina e il Duomo, e si trasferisce all’ombra della Madunina. Un esempio, appunto.

A Milano Chirico si mantiene insegnando educazione artistica nei paesi della cintura, da Giussano a Cologno Monzese. Paesoni che diverranno bastioni della Lega Nord, ma che a quell’epoca sono soltanto periferie-dormitorio dove trovano alloggio i lavoratori meridionali. «Nell’immediato c’era il buio davanti a me» racconta Chirico «ma in testa avevo un progetto preciso: diventare un vero artista». Si iscrive all’Accademia di Brera ed ha fra i suoi maestri Domenico Cantatore. Il pittore pugliese ispira decisamente le tele di Chirico di quel periodo, con i personaggi inseriti in un contesto geometrico che li completa e al contempo ne prolunga la prospettiva. Intanto collabora con Versace per disegnare i modelli della prima collezione dello stilista. Conosce Ken Scott, artista-manager originario dell’Indiana che Dino Buzzati ha definito «il maestro dei fiori», capace di trasformare i tessuti in una sorta di coloratissimo e germogliante universo.

Con Scott inizia una fertile amicizia che lo porterà per diversi anni a concentrarsi sul disegno grafico.

Pian piano si vanno schiudendo le porte del successo. Natino è un giovane aitante e barbuto, simile a quei bronzi appena trovati nel mare di Riace. E Milano è una metropoli piena di stimoli e di tentazioni. Ma ecco che, durante un viaggio a Roma, conosce Patrizia, una ragazza di cui si innamora follemente. In lei ritrova la tenerezza e le sicurezze che solo mamma Ester gli aveva saputo dare, fino al giorno in cui lo aveva benedetto prima che lasciasse lo Stretto. Così azzera tutto, si sposa e ricomincia da capo. Si sente un artista ma non vuole essere uno spiantato. Lavora sodo, dalla grafica all’architettura. Quello tra gli anni Settanta e Ottanta è il periodo delle sue figure sospese: volti, corpi, oggetti che sembrano muoversi e ondeggiare nel vuoto assoluto. Forse è il riflesso di una ricerca interiore che lo rende insoddisfatto e lo conduce ad altri approdi. «Erano nati i miei due figli ed avevamo comprato una casa in un bel quartiere di Roma, ma io volevo fare solo il pittore» ricorda Chirico. «Andai in un monastero e rimasi per giorni a riflettere in silenzio. Quando tornai in città chiusi gli studi di grafica e architettura e di nuovo ripartii da zero».

Un salto nel vuoto, ma la scommessa è vinta. I quadri sono impronte di colore che trasmettono inquietudine ed energia. Marine, scogliere, cieli tempestosi, ma anche oggetti che rimandano alla pittura astratta, e poi litografie con monumenti che emergono da una nebbia di colori pastellati. Espone a Roma, Torino, Mosca, Berlino, New York e, naturalmente, nella sua Calabria.

Sul finire degli anni Novanta avviene l’incontro tra l’arte di Chirico e il mondo del cinema, un connubio da cui l’autore trae linfa infinita, tanto che diviene il tratto predominante delle sue creazioni. Tutto inizia con una personale, a Napoli, sui miti e l’arte di comunicare. Con un’originale tecnica mista – dove si fondono pittura ad olio, colori acrilici, fotografia, découpage – Natino realizza una serie di ritratti di Totò, che restituiscono tutta l’ironica malinconia del personaggio- attore e che però vanno oltre gli stereotipi, proiettandolo verso la modernità. È l’inizio di una lunga serie di soggetti ispirati al teatro e alla cinematografia, da Eduardo De Filippo a Federico Fellini, fino al più grande di tutti, Sir Charles Spencer Chaplin. Come sottolinea lo scrittore Erri De Luca nella presentazione dei lavori di Chirico, Charlie Chaplin è un profeta, forse l’ultimo, che «sa allargare il cuore all’umanità ».

Nei ritratti scontornati, o restituiti al fruitore attraverso magici schizzi di colore (soprattutto il rosso), Charlot sembra in attesa di reincarnarsi. «Aspetto che si stacchi dal muro e ricominci il film», scrive De Luca.

In effetti, nei ritratti dedicati a Charlot, si accentua la suggestione tridimensionale che Chirico vuol dare alle sue opere, tentando quasi di trasferire nel quadro il movimento delle immagini filmate. L’omino in bombetta – alle prese, in tre diverse situazioni, con una chiave inglese, una vanga e un computer – è diventato il logo di Azienda Calabria Lavoro, inventato da Chirico per l’agenzia regionale incaricata di promuovere l’occupazione. «Trovo Chaplin di un’attualità straordinaria » dice l’artista calabrese. «Basti mettere a confronto le tensioni sociali di oggi e la dignità dell’uomo spesso mortificata con il messaggio che viene dai suoi film, sempre attenti al “prossimo”, specie se debole, come il bambino abbandonato de Il monello o l’operaio di Tempi moderni. Charlie Chaplin faceva ridere di cose che fanno piangere. Allo stesso modo la pittura deve toccare l’anima della gente».

Ed è significativo che il soggetto preferito da Natino, al di fuori del cinema, sia Don Chisciotte, tenero e surreale come Charlot nel suo tentativo d’essere il paladino di un mondo che purtroppo è pura immaginazione. Anche per Chirico la terra d’origine è ormai una Mancia che diviene mito. Il pittore si divide tra lo studio ai Parioli e il casolare con gli ulivi in Umbria. Restano sullo sfondo dei ricordi il paese della mamma dove si parlava greco, il corso selvaggio dell’Ammendolea, le acque struggenti dello Jonio, l’orizzonte dominato dall’Etna… Sarebbero una scenografia magnifica per un film di Chaplin dedicato alla Calabria. Il film che Natino sogna e che non si potrà mai girare.

ITACA n. 16