A chi parlano i morti di Melissa

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Sono trascorsi sessant’anni da quell’ottobre che vide la popolazione di Melissa mettersi in marcia alla conquista delle terre incolte del latifondo. Finì in un bagno di sangue. È doveroso ricordare, oggi, quei morti ed interrogarsi sul senso del loro sacrificio

Francesco Adornato

Infatti di Melissa hanno suggellato con il loro contributo di sangue una delle pagine più significative e fondanti dello Stato democratico italiano. Masse di contadini e braccianti, uomini e donne, occupando le terre a Fragalà, hanno dato concreta evidenziazione al principio costituzionale della Repubblica fondata sul lavoro. Occupando le terre, hanno squarciato una condizione di secolare dipendenza, affermando la loro dignità di persone e di lavoratori: ogni passo, ogni gesto, di quel movimento sono serviti a costruire un’identità collettiva, una comunità. Il sacrificio di quei caduti, insieme a quello di tanti altri (basti pensare, in quello stesso tempo, ai morti di Montescaglioso e di Torremaggiore) è stato, peraltro, determinante, alla realizzazione, da lì a poco, della riforma fondiaria. Un minuscolo pezzo di terra, una piccola casa colonica, certo, ma erano, comunque, qualcosa di prezioso, se non altro una garanzia per la sopravvivenza: assegnatari di poco, ma (in prospettiva) proprietari.

La riforma fondiaria, fu un’operazione politico-sociale, più che effettivamente economica, di straordinario rilievo perché in un periodo di grandi tensioni ed antagonismi “inventò” una classe sociale, quella dei coltivatori diretti, come cuscinetto tra latifondisti e bracciantato, serbatoio di consenso elettorale e forza egemone (ancora oggi) nelle campagne: e se così è stato, evidentemente, era questo il bisogno reale allora percepito. Le lotte si spensero, ma la riforma fondiaria in Calabria (e non solo in Calabria) fallì clamorosamente.

Già alla fine degli anni ’50, alla vigilia d’intense trasformazioni del Paese (l’industrializzazione, da un lato e l’ingresso nel Mercato comune europeo, dall’altro, che toccava direttamente lo stesso settore agricolo), gli assegnatari abbandonavano il piccolo fondo, la famiglia, i luoghi della propria vita, prendendo i treni verso il Nord, italiano ed europeo, dando luogo ad un’epopea che il poeta Franco Costabile cantò con intensa tragicità.

È giusto, anzi è doveroso, ricordare i morti di Melissa, ma lo è altrettanto interrogarsi sul senso di quel sacrificio a sessant’anni di distanza: custodire la memoria per addentrarsi nel futuro. Se cosi è, allora, a chi parlano i morti di Melissa? All’agricoltura e al mondo contadino e bracciantile? Come è comprensibile, a distanza di tanti anni, quel mondo non esiste più e l’agricoltura è tutt’altra cosa, specie in Calabria. A fronte di poche imprese competitive (pur tra mille difficoltà), la realtà sostanziale dell’agricoltura calabrese è fatta di sussistenza, avendo sprecato anche l’occasione di un costruttivo impiego dei fondi comunitari e, priva di un lucido orientamento di fondo com’è, è condannata ad essere inesorabilmente precaria e provvisoria, come precaria e provvisoria sembra essere la Calabria nel suo insieme. Tuttavia, i piccoli coltivatori e le figure miste di sopravvivenza (un po’ braccianti, un po’ contadini) potrebbero oggi ancor più svolgere un ruolo positivo di sostegno e tutela ambientale; semplificando, si potrebbe dire: dal diritto alla terra (per cui combatterono i padri) al diritto della terra (assicurabile dai figli).

A chi parlano i morti di Melissa?

Alla Calabria? Alla Calabria, discarica dei rifiuti tossici? Alla Calabria della politica che si smarrisce nell’autoreferenzialità? Alla Calabria, soggiogata dalla criminalità mafiosa? Parlano, forse, ai calabresi?

Ai calabresi che si avvolgono nell’autocommiserazione, piuttosto che farsi forti attraverso una pratica costante dell’autoresponsabilità?

Ai calabresi che privilegiano il “familismo”, e non poche volte amorale, piuttosto che il rispetto delle regole? Quegli uomini e quelle donne caduti anche per noi ci hanno lasciato come testimonianza un valore fondamentale: la dignità.

Ci hanno lasciato, in quella scia di sangue, un principio irrinunciabile: l’idea di comunità.

A sessant’anni di distanza questo è il loro messaggio: la Calabria non potrà mai rinascere nella sua bellezza, fisica ed ideale (come l’ha amorosamente descritta Leonida Répaci), se non assume l’idea di sé. Altrimenti saranno quei morti che continueranno a piangerci.

ITACA n. 7