Don Bellissimo

157
Storia di un giovane parroco, Domenico Bellissimo, che in un piccolo paese, Giffone, nella Calabria di mezzo secolo fa, si prodigava allo spasimo per creare cultura, lavoro per i giovani, consapevolezza nuova della realtà di quel tempo.

Antonio Minasi
Lo strumento fu anche una rivista, Alziamo le vele, testata forse ingenua e perciò fonte di malevoli ironie, ma ricca di speranza di un futuro migliore. Incomprensioni e aperte ostilità ne fiaccarono l’impegno pastorale e civile, al punto che chiuse tragicamente la sua vita il 22 agosto del 1965. Aveva 41 anni. Al mistero della sua morte occorre accostarsi con spirito di religioso silenzio senza lasciarsi afferrare da una forma più o meno superficiale di curiosità che miri a reperire, nella conclusione tragica di una vita sacerdotale, l’aspetto sensazionale. La sua vicenda resta un’icona di un Sud che non vuole cambiare, che oppone resistenza a chi si propone come novità. Non merita, pertanto, l’oblio. Ancora oggi possiamo onorare la memoria di don Bellissimo facendo nostra la sua sollecitazione: ALZIAMOLEVELE

L’immagine che riaffiora alla memoria è sempre quella della prima volta che lo incontrai: un giovane prete, sorridente, che entra nell’aula del Consiglio Comunale di Palmi sventolando una rivista. È in corso un convegno importante. È il 1962, forse ’63. Da tutta Italia sono arrivati personaggi importanti. Ricordo, in particolare, due presenze: lo scienziato Adriano Buzzati Traverso e Lucio Lombardo Radice, matematico di chiara fama, negli anni successivi punta di diamante del “dialogo alla prova” fra marxisti e cattolici. È tutta gente dichiaratamente di sinistra venuta a discutere quale potrà essere l’assetto dell’istituenda università della Calabria. Si favoleggia di farne il MIT italiano. Don Bellissimo non si preoccupa delle appartenenze. Gli sarà sembrata ghiotta l’occasione d’incontrare tante teste autorevoli in un sol colpo, lui che andava mendicando, instancabile, dagli intellettuali calabresi, collaborazione per la sua rivista Alziamo le vele.

Un titolo che a molti, ed anche a me, appariva ingenuo, ma senza la sufficiente prosopopea di quel sacerdote che qualche tempo dopo, parlandomi di don Bellissimo, commentava ironicamente: “Ma pensasse ad altro che ad alzare le vele!” Invitò anche me a collaborare, fresco del diploma in giornalismo con una tesi piena di futuro che non si è realizzato: “Il turismo in Calabria come fattore di pre-industrializzazione”. Avrei dovuto farne una sintesi per la rivista e fino ad ieri ero convinto che ciò fosse avvenuto, ma sfogliando ora le annate di Alziamo le vele non ne trovo traccia. Mi aveva molto impressionato quel prete che in un piccolo paese, Giffone nella Piana di Gioia Tauro, era riuscito a creare una tipografia, a fare una rivista così impegnata nel discutere, con particolare attenzione, i temi che la realtà di Giffone e della Calabria tutta proponevano con urgenza.

La sua scomparsa, così drammatica, avrà interrogato tanti, se per caso la distrazione nel negargli solidarietà ed aiuto, o piuttosto, in molti casi, l’offrirgli ostilità aperta, non avesse in qualche modo contribuito a quel gesto senza appello. Fu così che pochi mesi dopo la sua morte, sull’onda dell’emozione e del rammarico, per non vanificare l’opera di quel prete sempre sorridente e sempre ostinato, si tentò di riprendere la pubblicazione di Alziamo le vele. Il tentativo andò avanti faticosamente per circa due anni e tra le mie carte trovo una bozza di “programma manifesto” e addirittura l’editoriale per il primo numero della nuova serie. Alla fine non se ne fece nulla, a causa soprattutto delle lontananze geografiche, in regione e fuori, fra i potenziali redattori.

Come sarebbe stato tutto facile oggi con la posta elettronica, skype, la tecnologia digitale! Ma il ricordo di don Bellissimo, del suo impegno, del suo entusiasmo, è sempre vivo. Ed oggi la sua vicenda appare come una tragica icona che rimanda a quel Sud che non vuole cambiare, che oppone resistenza a chi si propone come novità, a chi vuol costruire un destino diverso, e che si adagia – pigro araldo di buon senso e presunto realismo – nella logica del sussidio e della dipendenza. Bellissimo, d’istinto, aveva invece investito nella creazione di “capitale sociale”, inseguendo un obiettivo, oggi sempre più affermato dagli studiosi, e cioè che lo sviluppo economico presuppone, innanzitutto, protagonismo ed autonomia della società civile.

Ma non dimentichiamo che tutto ciò germinava in lui primariamente da una forte motivazione di fede, da un impegno inesauribile all’ascolto, alla ricerca, all’accoglienza dell’altro. Allora è quanto mai opportuno che la memoria di don Bellissimo non vada dispersa. Perché ciascuno possa ancora trarre qualche sollecitazione da quell’oscuro prete che nell’impeto di cambiare il mondo ha bruciato la sua vita.

Quel seme che la terra oggi ricopre forse darà, prima o dopo, un segno di nuova vita e nel solco segnato da Bellissimo nuove energie, nuove iniziative, nuove consapevolezze, prenderanno il largo. Alziamo le vele, se veramente vogliamo onorare il ricordo e la fatica di Domenico Bellissimo.
ITACA n.13