Il figlio del “forgiaro” maestro d’arte del ’900

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L’incontro della vita col barnabita padre Semeria. La prima opera fu una pietà scolpita per la tomba di un ricco banchiere. A Loreto la grande statua in bronzo di Giovanni XXIII resta uno dei segni più evidenti del suo valore artistico

Antonio Minasi
Alessandro Monteleone, scultore, era di Taurianova, o meglio Radicena, come si chiamava allora. Fin da ragazzo aveva iniziato le sue esperienze nella bottega del padre, forgiaro. Dal ferro incandescente all’argilla pastosa: accade quando un compaesano che intuisce le doti del ragazzo lo inizia a quest’altra esperienza. Non dura molto perché scoppia la guerra ed Alessandro è al fronte, come geniere. Il tempo di guarire dalla malaria presa sotto le armi e parte per Roma. Si guadagna da vivere facendo, per quattro lire al giorno, il ragazzo di studio presso uno scultore. Dura un anno, poi, bravo com’è , diventa stuccatore e la paga diventa di 40 lire.

La sua vocazione, però, emerge sempre più chiara: le frequentazioni che ha con gli ambienti dell’arte lo inducono ad un nuova esperienza. Lascia così di fare lo stuccatore e diventa “abbozzatore” presso gli studi che lo richiedono. L’incontro della vita avviene, però, a Taurianova e con un prete, il barnabita padre Semeria che, da quel momento in avanti, aiuterà – con consigli, segnalazioni, amicizie – il giovane Alessandro a realizzarsi pienamente. Così la prima scultura importante di Monteleone è una Pietà da mettere sulla tomba del banchiere Parisi. Padre Semeria morirà nel 1931. Al suo capezzale c’è Monteleone che conserverà cara una foto che il barnabita un giorno gli ha donato: “Cerca di fare dell’arte la tua vita, della tua vita un’arte”, aveva scritto nella dedica. A metà degli anni ’30 cominciano i successi importanti.

La Mietitrice raccoglie unanime apprezzamento e l’artista conquista, a Napoli, la cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di cui diventa Direttore sei anni dopo. Lascerà Napoli nel 1955 per l’Accademia di Roma. Già nel ’49 lo scultore, in collaborazione con Francesco Nagni, aveva vinto il concorso per la Porta della Basilica Vaticana, ma evidentemente premeva, anche se probabilmente in modo oscuro, l’esigenza di nuove esperienze. Come Monteleone passò alla pittura, lo racconta Leonida Repaci in una monografia dedicata al suo amico-conterraneo-scultore (Alessandro Monteleone, Gesualdi Editore, Roma). “Un giorno il nostro amico si accompagna ad un pittore che vuol ritrarre, dallo sperone di Villa, una nave traghetto mentre attraversa lo Stretto di Messina. Messa la tela sul cavalletto il pittore mandato a Monteleone dalla Provvidenza, si sente male, è costretto ad andare alla vicina farmacia.

Approfitta di quell’assenza il nostro Alessandro, e, immessi i pennelli nei verdi, negli ocra, nei rossi, negli azzurri, butta giù , in meno di mezz’ora, un paesaggio estremamente vivo e parlante, con le sirene invisibili che guidano il traghetto tra le rive incantate del mar di Sicilia… La sorpresa di saper fare della pittura è una frustrata benefica per Monteleone. Acquista una cassetta di colori, un cavalletto, e in 27 giorni, compone 36 quadri che esporrà con vivo successo a Parigi, l’anno seguente.

“Il successo ottenuto non distoglie Monteleone dal suo lavoro di scultore… Raggiungerà, più di dieci anni dopo, il massimo di imponenza e spiritualizzazione nel Monumento a Papa Giovanni”. Una preziosa testimonianza dell’arte di Monteleone è , a Palmi, l’altare di San Rocco nella Chiesa dell’Immacolata. Una cornice di bassorilievi in bronzo dorato racchiude la nicchia con la statua del Santo più amato e venerato da generazioni di palmesi. Ed è un’opera al di fuori degli schemi abituali dell’artista, e perciò più rilevante nella sua singolarità. La notorietà che lo scultore si guadagnò è legata anche alla ritrattistica. Posò per lui anche l’amico Leonida.

“Mentre lavorava mi parlava della Calabria, della culla comune, non per occasione, ma perché cercava un legame tra una terra e un viso, tra una madre e un figlio, tra una storia di popolo e una storia di uomo. Egli trovò quel legame nella coscienza della fierezza che accompagna la gente bruzia nei secoli, trovò quel legame nella coscienza di un risveglio che abolisca il ritardo storico della Calabria. Il ritratto che io gli ho ispirato esprime vittoriosamente questa doppia esigenza.

Egli ha fermato il mio viso in atteggiamento di lotta, dando, in uno, la mia condizione di uomo e la condizione di una terra scossa da un immenso fremito rinnovatore. Né in questa resa plastica egli poteva essere più affettuoso e partecipante”. Dell’arte di Monteleone, Repaci parla come di “poetico realismo”, che non significa pietrificazione estetica, ma resistenza a certi sterili funambolismi di moda. Ma dell’arte di Monteleone, Repaci, a sorpresa, si sbilancia a favore del Monteleone pittore “assai più avanzato stilisticamente della propria scultura”.

“L’esposizione ch’egli tenne all’Alibert nel ’56, a distanza di tre anni dalla sua attività di pittore, apparve così matura che venne fatto ad alcuni di domandarsi se Monteleone avesse sempre dipinto di nascosto, riuscendo a celare il frutto della colpa”. Dobbiamo credere al vecchio Leonida, pittore – non dimentichiamolo – pure lui? E comunque collezionista raffinato ed ottimo intenditore. Lo dimostrano i suoi quadri, acquistati e ricevuti in dono, che fanno, oggi, bella mostra nella Pinacoteca allestita ordinatamente al piano terra della Casa della Cultura di Palmi, a lui intitolata.
ITACA n. 31