Giuseppe Isnardi e la Calabria

167
L’azione di un missionario civile
Isnardi, ligure-piemontese dedicò alla Calabria, in anni non facili, le sue migliori energie di studioso, con uno sguardo nuovo e originale dei problemi del Sud. Anticipò, da autentico riformatore, la raccomandazione ai Calabresi a risolvere ogni avversità con i mezzi a disposizione, a sfruttare le proprie peculiarità piuttosto che insistere sui divari con il Nord, accusato di intralciare e limitarne lo sviluppo

Giuseppe Masi
l’Epifania del 1912, quando, fresco vincitore di concorso, Giuseppe Isnardi, in un’ora antelucana, arriva a Catanzaro (preferita ad altre sedi), per assumere, la mattina dopo, l’incarico di docente presso il Liceo Galluppi. Il primo impatto con l’ambiente circostante lo delude molto. Dalla stazione l’abitato in alto gli sembra un villaggio di poche case o una fortezza inaccessibile. Una volta a destinazione, si trova in una città, contagiata da un’epidemia di colera e di vaiolo. L’aspetto è quasi spettrale per l’assenza della gente nelle strade. Bastano pochi giorni perché la prima impressione migliori nettamente. “Il corso mi sembrò più bello, più signorile e più attraente che non le vie principali delle piccole città di provincia piemontesi che conoscevo: mi ricordò in qualcosa la bella via principale della città di Sanremo”, dove nasce nel 1886.

Nonostante lo sconfortante imprevisto, compie una scelta precisa: penetra l’anima antica e superba di Catanzaro, condividendone le ansie e le aspirazioni. Da siffatto momento, la terra calabra, una specie di Liguria più vasta, più soleggiata, più intensa di vita naturale, però fortemente travagliata, diviene non solo il centro della realtà da guardare e studiare con grande attenzione (e con grande amore), ma il punto di vista privilegiato del suo programma, dal quale osservare e percepire le molte difficoltà, in modo da recuperare la regione alla sua effettiva dimensione storica e dignità umana. Il fine di un simile proponimento, inteso come missione civile e continuato, peraltro, con grande abnegazione, tende a rafforzare, nel 50° anniversario dell’Unità, “la propria coscienza di italiano e il sentimento di una nazione autenticamente unificata”.

Il pregio della monografia su Isnardi, scritta da Saverio Napolitano per Rubbettino e compresa nella nuova serie della Collezione di Studi meridionali dell’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia (Animi), è capire un personaggio che, in anni non facili, realizza parecchio nell’ambito dell’alfabetizzazione con un metodo di ricerca e di raccolta di dati sul campo, con un approccio “imparagonabile” a quello dei meridionalisti teorici, e, parallelamente, ci racconta l’esistenza di un uomo, animato da una radicata onestà politica e, altresì, il significato della sua missione per la Nazione intera. “Acuto” intenditore della storia e della geografia antropica della Calabria, entrambe legate strettamente al tema predominante del latifondo, il ligure -piemontese si trasferisce, in due periodi prossimi, nel capoluogo della regione.

Il primo, professore nelle scuole statali, dal 1912 al 1916 (al Liceo, tra gli altri, ebbe tra i suoi allievi Corrado Alvaro ed Ernesto Pontieri); il secondo, dal 1921 al 1928, in qualità di educatore e poi di dirigente delle scuole dell’Animi. Rimarchevole perché l’operato dell’Ente coincide con l’inaugurazione delle scuole elementari di Pentedattilo e di Sant’Angelo di Cetraro, due esempi emblematici e benemeriti. Costruite con una sottoscrizione aperta dal Corriere della Sera, l’iniziativa, divulgata persino dal The New York Times, è descritta nel saggio del 1925, L’opera contro l’analfabetismo in Calabria. Anche se meno conosciuto di altri studiosi, così come non dovutamente manifesta è la ragione del suo interesse per la specificità calabrese, risalente, per alcuni, al terremoto calabro – siculo del 1908 e al moto di solidarietà generatosi a favore delle popolazioni colpite dal sisma, affronta, sul piano pratico, le problematicità delle contrade del Mezzogiorno. E qui sta la novità, la modernità del suo pensiero, ripreso, peraltro, soltanto oggi, da qualche vero riformatore. Invita, infatti, gli abitanti a risolvere ogni avversità con i mezzi a disposizione, a sfruttare le proprie peculiarità piuttosto che insistere sui divari con il Nord, accusato di intralciare e limitarne lo sviluppo. In sintesi li incalza a non aspettare dall’alto il rimedio alla soluzione dei loro mali, a non rimanere senza fare nulla. La permanenza in Calabria sviluppa il suo processo di maturazione.

Nel primo anno ha modo di incontrare a Reggio due personaggi determinanti: Augusto Monti, intellettuale torinese insegnante nel locale Liceo, venuto a contatto con l’Animi, e lo stesso Umberto Zanotti Bianco, fondatore, due anni prima, dell’Associazione. In seguito a tale felice opportunità, inizia la sua missione in giro per le tre province non tanto per ispezionare le scuole già aperte (ed erano tante, 246), bensì per verificare l’oggettività delle loro condizioni socioeconomiche, meditata in “continuo dialogo con uomini, istituzioni, problemi”. Un puntuale svolgimento nella raccolta, Calabria geo-antropica, composta tra il 1921 e il 1928. Dare una spiegazione al suo meridionalismo non è facile.

Da un verso si ascrive al forte senso della Nazione, elaborato nell’alveo del liberalismo risorgimentale, e, dall’altro, alla tempra di credente intransigente, espressione del cattolicesimo sociale della “Rerum novarum”. La deferenza, poi, verso la Chiesa è imprescindibile e consequenziale il modo di comportarsi nei confronti del fascismo. Dapprima rigoroso: nel dicembre 1922 lo definisce una tragicommedia per la Calabria; nel ‘24 firma l’appello ai meridionali fatto uscire nella Rivoluzione liberale di Gobetti; nel ‘26 aderisce al Manifesto degli intellettuali del Mezzogiorno promosso da Alvaro; l’anno successivo in dissenso con il controllo del governo sulle scuole dell’Animi lascia l’incarico di dirigente.

Una volta stipulati i Patti lateranensi, rimuove tutto e diventa più tollerante e nel ’32 prende la tessera del partito. Che cosa succede. Da dipendente dello Stato non può rifiutare; tuttavia, a parte questo pur valido motivo, c’è una più convinta giustificazione. Il Concordato, nel sanare il duraturo conflitto tra Stato e Chiesa, concretizza un risultato sostanziale: restituisce all’Italia la sua anima cattolica e completa il sincronismo tra l’identità religiosa e l’identità fascista. A guerra finita, il suo impegno è accanto ai cattolici e alla Democrazia Cristiana. Andato in pensione nel ’51 e trasferitosi a Roma, si dedica, fino alla morte (1965), all’Associazione e al suo ruolo di cultore della Calabria. Il saggio per Il Ponte del 1950 segna, certamente, la svolta della sua consapevolezza critica di meridionalista.
ITACA n.33