La meglio gioventù

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A distanza di 70 anni dalla sua tragica fine, la figura di Giuseppe Lopresti, sbiadita nella memoria di molti, riemerge limpida dai ricordi di coloro, ormai in tarda età, lo conobbero, ne apprezzarono l’intelligenza e il coraggio, lo amarono

Carmine Nastri

«Questa notte il respiro si è fatto più faticoso, il battito del cuore più debole. «Con uno sforzo sono riuscito ad alzarmi dal letto, ad avvicinarmi al tavolo… Ho ceduto all’impulso di venire a scrivere, scrivere non per dare un ultimo saluto alla vita, il che non m’interessa, bensì perché mi tormenta l’idea di scomparire completamente dal mondo: ho speranza che, facendo questo, riuscirò a far sopravvivere qualcosa di me, dopo che sarà accaduto ciò che irrimediabilmente deve accadere. Ma questa mia speranza non sarà soltanto follia?».

Così Giuseppe Lopresti su un foglietto, scritto a matita e senza data, ritrovato tra le sue carte. E con queste sue parole, mai prima lette in pubblico, abbiamo voluto ricordarlo a Palmi nella ricorrenza dello scorso 25 aprile.

Giuseppe aveva aderito da subito alla lotta di liberazione di Roma, all’indomani dell’8 settembre, operando nell’organizzazione militare clandestina del PSI.

Divenne ben presto il responsabile dei quartieri Appio, Esquilino e Prenestino, dimostrando una maturità che, come scrive Eugenio Colorni (eccelsa figura di partigiano ebreo, medaglia d’oro della Resistenza, direttore dell’Avanti! nel 1944, ideatore insieme ad Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi del “Manifesto di Ventotene” per la costruzione dell’Europa federalista, ucciso in un agguato fascista a Roma il 28 maggio 1944), sorprese i dirigenti e suoi capi militari del PSI, reduci dall’esilio e dal confino (Sandro Pertini, Giuliano Vassalli, lo stesso Eugenio Colorni).

Una delle azioni più audaci alle quali egli partecipò si svolse nei primi giorni di febbraio 1944 sotto i portici di piazza Vittorio Emanuele. Si scontrò con quattro tedeschi in uniforme, mentre stava con altri compagni affiggendo manifesti di stampa clandestina. Due tedeschi rimasero gravemente feriti, gli altri due furono inseguiti da Lopresti.

Il 13 marzo 1944 Giuseppe fu arrestato dalle S.S. tedesche.

Altre volte era sfuggito alla cattura, anche quando aveva compiuto azioni rischiose. Portato a via Tasso, fu torturato e con il suo atteggiamento e silenzio riuscì a salvare la vita di Paolo Possamai, suo ex-compagno di scuola, che con lui era stato fermato, fingendo di averlo incontrato per strada, casualmente dopo molto tempo.

Da via Tasso fu trasferito al carcere di Regina Coe­li nel braccio riservato ai prigionieri politici. Ma pochi giorni dopo, il 24 marzo, fu portato alle cave delle Ardeatine, luogo del martirio di 335 italiani, vittime della rappresaglia nazista dopo l’azione militare dei G.A.P. in via Rasella, il pomeriggio del 23 marzo, ove perirono 33 soldati tedeschi.

I ragazzi della terza liceo linguistico “Corrado Alvaro” di Palmi, nella cerimonia del 24 marzo scorso, hanno letto, a più voci, alcune parti del necrologio di Eugenio Colorni, apparso sull’Avanti! il 19 agosto 1944:

«Egli era veramente – e non solo oggi dopo il suo martirio – il migliore, il più serio, il più sensato, il più profondamente puro dei nostri giovani. Aveva 25 anni.

«Si era avvicinato a noi con estrema naturalezza, come a una compagnia a cui avesse da lungo tempo appartenuto.

«Beppe ci aveva avvicinato a questo mondo dei giovani cui siamo ormai indissolubilmente legati, di questo mondo egli era, in qualche modo, il portavoce e il simbolo.

«L’obbligo di sacrificarsi e di fare totale gettito della propria persona, era per lui qualcosa di evidente, su cui non era neppure il caso di discutere. E lo dimostrò sotto la tortura nazista, assumendo su di sé anche tutta la responsabilità degli altri.

«I fascisti godono delle loro inumane vendette ma c’è una cosa che non sapranno mai, perché non hanno la levatura morale necessaria per comprenderla: cioè di quali valori umani, di quali ricchezze spirituali coi loro ciechi colpi ci privano. Ma questo che è il motivo del nostro cocente dolore, è anche il nostro massimo titolo di orgoglio».

Sono andato a trovare il novantaquattrenne professore di storia contemporanea Claudio Pavone. Partigiano. Storico della Resistenza. Dirige la rivista Parolechiave. Ha voluto conoscermi avendo appreso del mio impegno a voler commemorare a Palmi Giuseppe Lopresti, suo amico fraterno, compagno di classe al ginnasio e al liceo “Torquato Tasso” di Roma.

Un incontro indimenticabile. Pavone rievoca con lucidità le lunghe e interminabili discussioni notturne in viale Trieste con Beppe e con altri compagni.

Giuseppe, ha lasciato di sé – racconta Pavone – una testimonianza non affidata a scritti, ma solo allo svolgimento esemplare della sua breve esistenza. Aveva trovato nella cultura, che era per lui anche ricerca di moralità, la prima forma di reazione al conformismo fascista. Si sentiva inclinato per la letteratura e per l’arte. Si entusiasmò ben presto per i grandi autori della narrativa russa e francese. Un lavorìo critico nell’amico Giuseppe che conferma, a giudizio di Pavone, come la Resistenza sia stata, per chi vi partecipò, anche un periodo di grande slancio intellettuale.

«Lopresti era tra noi il più maturo, fu anche uno dei primi a trasferire tutta quella urgenza di vita sul terreno politico… Una coscienza morale sensibilissima, severa innanzitutto verso se stessa e talvolta così piena di scrupolosa problematicità da apparire quasi scontrosa, pur nella costante dolcezza del di lui atteggiamento verso gli altri uomini, aveva fatto da filtro dando alle esperienze intellettuali il tono proprio delle esperienze personali fortemente sentite.

«Il socialismo di Lopresti», continua Pavone, «ebbe uno stimolo anche nella sua tendenza a interpretare il cristianesimo come atteggiamento di apertura e di sincerità umane. La coscienza religiosa poggiava anche su una fondamentale garanzia per lui: quella che la Chiesa, almeno in alcuni dei suoi rappresentanti, non poneva una pregiudiziale contro quel socialismo che era ormai per lui parte integrante ed essenziale della sua concezione di vita».

I giorni immediatamente successivi all’8 settembre furono per Lopresti di acuta sofferenza.

«La visione dello sfacelo del vecchio Stato, che sembrava travolgere con sé l’intera nazione, lo scosse profondamente e gli fornì l’ultima prova dell’abisso di non riscattabile viltà in cui era precipitata la classe dirigente. Andò in cerca di armi, cercò di organizzare, di agire. Prese contatto con i partiti antifascisti di sinistra e l’incontro con Eugenio Colorni contribuì a fargli scegliere, pur senza formale iscrizione, insieme al compagno Edoardo Perna, le file del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria».

Al ricordo di Pavone, occorre aggiungere quello di un altro compagno del liceo Tasso, lo storico Ruggero Zangrandi. Il giorno che la madre di Lopresti ricevette in Campidoglio dal Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, il 25 aprile 1947, la medaglia d’oro del figlio ucciso alle Fosse Ardeatine, così volle ricordare l’amico Giuseppe:

«Quando domandai cosa era successo dei compagni, non riuscii a sapere subito di tutti. Di Lopresti seppi solo dopo alcuni mesi che era morto alle Ardeatine. Poi seppi il perchè. Non dico che mi sorprese, perché la sorpresa non è più dei nostri anni. Mi colpì, tuttavia, la strada che aveva fatto. Lo avevo visto, l’ultima volta, nella primavera 1942, all’Università, sottotenentino in licenza esami. Parlammo un poco di politica, e capii che aveva capito da un pezzo, anche se parlava poco. Parlava sempre poco, per natura. Lo lasciai bruno, smilzo, alto ma quasi disarmato, pur nella bella divisa da ufficiale. Aveva 22 anni. Pensai che avrebbe camminato molto, ma che doveva armarsi.

«Ora mi hanno detto quanto ha camminato, da quella mattina di primavera, per una strada che io avevo cominciato solo a percorrere: cospirazione, lotta clandestina, GAP.

«È saputo andare fino in fondo: via Tasso, la tortura, le Ardeatine. Restando sempre, io credo, oltre che taciturno, disarmato. Anche oggi, che gli danno la medaglia d’oro, Lopresti se ne sta nella povera bara, laggiù alle Fosse, scarno, di­sarmato – se fosse per lui – taciturno. Non è colpa sua se lo sentiamo parlare di più, dentro di noi, da due anni».

La memoria di Giuseppe Lopresti oggi è tornata alla luce.

Spetta, ora, ai giovani, innanzitutto palmesi, mantenerla viva e coltivare quei sentimenti e valori che lo caratterizzarono e resero possibile, poi, la costruzione della nostra carta costituzionale e la libertà della nazione italiana.

Nel periodo tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943 Giuseppe Lopresti con alcuni amici riflettè sul problema dei giovani e del loro impegno.

Lo scritto da lui redatto e condiviso dagli amici, forse mai spedito, era probabilmente destinato alla stampa romana: «Dobbiamo non solo fare un solenne atto di fiducia verso la gioventù ma, soprattutto, offrirle la possibilità pratica di prepararsi a fronteggiare le difficoltà del presente e quelle della ricostruzione futura, durante la quale l’Italia le chiederà il rendiconto del lavoro svolto… Siamo sicuri che i giovani risponderanno all’appello con l’ardore che li distingue e la serietà che richiede il momento».

ITACA n. 25