Letterio di Francia

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Così Di Francia spiegò il suo inesauribile impegno:
«Grande, intenso, appassionato amore per tutti i problemi attinenti al Folklore e alla sua parte più vitale e più amena: ossia il genere narrativo, e direi quasi, l’epopea in prosa delle tradizioni popolari»

Santino Salerno
C’era una volta, tra la montagna e il mare, un paese che sorgeva sopra un pianoro circondato da aranceti, da vigne, da foreste di ulivi e dove palme, tantissime palme, svettavano altissime verso il cielo. Qualche casa signorile, semplici e dignitose casupole popolari, tante baracche, poche vie lastricate, altre polverose e sconnesse, percorse da greggi, asini, cavalli, carri, carrozze; vivaci botteghe di maestri artigiani, un’imponente chiesa detta Matrice. E poi c’era un luogo speciale, uno spazio ameno che si apriva a ovest, verso il tramonto, e da dove si poteva godere di un panorama immenso, fatto di mare, isole, vulcani, spiagge bianche, irte scogliere.

Tra le tante, e come tante, viveva in questo paese, una famiglia di gente modesta e operosa: il padre artigiano, la madre donna di casa e i figli, dodici in tutto, tra maschi e femmine. Uno di questi figli, il primo, fin da quando ebbe in mano l’abbecedario dimostrò una chiara passione per lo studio. Sicché anche nel tempo libero, tralasciando di maneggiare trottole e fionde, o di scalmanarsi nei giochi di strada con i suoi coetanei, questo ragazzo, non faceva altro che leggere e scrivere.

Ma che legge? – si chiedeva il padre contrariato perché il ragazzo, finite le scuole elementari e quindi in età giusta, non voleva saperne di “andare al mastro”, come si diceva un tempo, cioè andare a bottega per imparare un’arte, un mestiere. Il padre, a sera, chiusa bottega, non trovando il figlio in casa, chiedeva ragione alla moglie e la povera donna lo rabboniva in tutti i modi ricorrendo a qualche onesta innocente bugia e con sommessa complicità, favoriva l’inclinazione del figlio verso lo studio. Infatti, a quel tempo non essendoci ancora nelle case la luce elettrica e scarseggiando l’olio per i lumi, il ragazzo dopo il tramonto se ne andava a leggere sotto la luce del lampione nella piazza principale del paese. Con tale spirito di sacrificio si preparò a sostenere, da esterno, gli esami di scuola superiore, in una città lontana dalla sua.

Qui, un sospettoso professore, arcigno come un orco e inflessibile come l’acciaio, a quel ragazzo sconosciuto prese a fare le domande più difficili del mondo. Il candidato rispondeva sicuro a tutti quesiti e brillò perfino nelle cosiddette domande a trabocchetto quelle che solo certi insegnanti specializzati sanno fare con giusta e dolce cattiveria. Sicuro di sé, parlava e parlava che non la finiva più, fin quando la commissione non disse basta va bene così. Promosso. Come fu come non fu, a 18 anni, aveva conseguito la licenza liceale classica con tutti 10. Tornando a casa gli balenò nella mente l’idea d’iscriversi all’università. Il pensiero dileguò in un lampo.

Sapeva, infatti, il giovane, che non aveva possibilità alcuna di continuare gli studi. Intanto la sua bravura era diventata proverbiale e tutti i genitori lo portavano come esempio ai loro figli svogliati quando non del tutto scapestrati e talvolta gli chiedevano di dare loro un aiuto per fare i compiti. Così, dando lezioni private racimolò il denaro che gli consentì d’intraprendere gli studi nell’università di Messina dove s’incantò alle lezioni di letteratura latina di Giovanni Pascoli e a quelle di letteratura italiana di Vittorio Cian, il maestro che incontrerà ancora a Pisa dove il nostro giovane studente conseguirà la laurea in lettere con il massimo dei voti redigendo una tesi su Franco Sacchetti, un novelliere del XIV secolo.

Poi fu a Firenze dove con la guida di Alessandro d’Ancona e Pio Rajna approfondì gli studi di novellistica e pubblicò opere linguistico – comparative su Giovanni Boccaccio, su Giovambattista Basile, su Matteo Bandello e sui fratelli Grimm. La novellistica diventa quindi il maggiore centro d’interesse, della ricerca scientifica del Nostro anche perché, nell’Italia da poco unificata, fiorivano gli studi sui caratteri regionali dei vari popoli alla ricerca di elementi utili alla costruzione di una identità nazionale.

Il neo dottore, studia, ricerca, ma non guadagna abbastanza per poter vivere a Firenze. Partecipa ad un concorso universitario e, in attesa dell’esito, torna al suo paese. Come impiegare, ora, il tempo proficuamente? Il padre lo guarda ancora con sospetto. Non sa bene cosa faccia questo figlio e soprattutto intuisce le difficoltà economiche in cui versa; apriti cielo quando viene a sapere che va in giro rincorrendo questo e quella per farsi raccontare fiabe e storie e fantasie strampalate. Questa volta anche la madre si allarma, corre dal vecchio parroco che ha visto crescere il ragazzo per chiedere un parere, un consiglio.

La rassicura il sant’uomo, assicurandola sulla serietà e la complessità degli studi che impegnano il figlio. Quali studi?, replica la donna, se alla bella età di 30 anni e passa s’incanta ad ascoltare favole! E i parenti i vicini di casa, tutti a raccontare di Petrusella, d’‘A mamma ‘i San Petru, d’ ‘U farticchiu di la nanna, d’‘I briganti a la missa, di Fiorilla, d’‘A pupa chi parra, di rre e riggini e di cosi ‘nfatati, di santi dispettusi, e d’‘A bella di setti veli e di fatti meraculusi. Non poteva sapere la povera donna che il figlio stava raccogliendo un materiale prezioso, come già prima di lui avevano fatto il Pitrè in Sicilia, il Cocchiara in Abbruzzo, Alessandro D’Ancona e Vittorio Imbriani in Toscana, per recuperare attraverso la narrazione orale dialettale, il materiale demologico da cui trarre il senso e il significato di un sapere rivelatore del pensiero e del modo di essere di una comunità.

Il materiale raccolto, 61 racconti, 29 fiabe, 19 novelle e 13 leggende di vario argomento, verrà pubblicato in due volumi con il corredo di annotazioni linguistiche, approfondimenti filologici, e con un sorprendente apparato di varianti e di comparazioni con altre raccolte similari italiane e straniere; un metodo che il Nostro, in tempi di crocianesimo imperante, dovette energicamente difendere dalle critiche dello stesso Croce opponendo l’utilità del metodo comparativo al fine di valutare l’originalità dello scritto e risalire alla personalità artistica e morale dell’autore. La raccolta, anni più tardi, meriterà l’ammirato apprezzamento del curatore, nel 1956, per Einaudi, delle Fiabe Italiane, Italo Calvino, uno scrittore dai gusti difficili, un editor incontentabile, meticoloso, ostico nel carattere, ma pretendente e severo anche con se stesso.

Di Francia si distinse anche come insegnante; dal 1902 al 1908 nelle scuole italiane al Cairo, a Tunisi a Tripoli, a Torino, successivamente a Napoli, Parma e infine nel liceo scientifico Galileo Ferraris di Torino. Infine, conseguita la libera docenza, nel 1924 spiccò alto il volo verso l’Università torinese dove tenne cattedra di Letteratura italiana fino al 1936. Morì nel 1940, all’età di 63 anni. Si chiamava Letterio Di Francia ed era nato nel 1877 a Palmi, in Calabria, da Domenico e da Concetta Cotugno
ITACA n. 31