Mi lu cunti nu cuntu?

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Come avvenne l’incontro di Vito Teti con le fiabe di Letterio Di Francia? Potremmo dire un destino di studio. Già il destino: il grande protagonista di quelle storie. Ed era il destino che stava sopra alle vicende di quelle vite narrate

Vito Teti
Leggendo le fiabe e gli studi sulle fiabe per gli esami e in previsione della mia tesi di laurea, che avrei discusso con Diego Carpitella, concludevo che quelle analisi accanite e puntuali non riuscivano mai a restituirmi volti, voci, rumori, pause, sorrisi, lacrime: non sapevano, e non potevano, ricreare quel clima magico di attesa, di paura, di gioia, di intimità, di dormiveglia e di sospensione che si creava attorno al focolare o sui gradini delle case, sopra o sotto il mignano, o nelle campagne. Dove erano finite, in quelle dotte classificazioni, le mie fiabe bambine? Dove e come si era smarrita, in mezzo a quel mare di formule, mia nonna?

Nonna Felicia, la madre di mia madre, era stata la grande narratrice delle fiabe della mia infanzia.

Nonna, le dicevo, «mi lu cunti nu cuntu?»: mi racconti una storia? E di cunti, a centinaia ne conoscevano, non solo lei, ma tutte le altre donne (e pure gli uomini) parenti e vicine di casa, che il pomeriggio recitavano il rosario. La sera, dopo aver mangiato, in casa nei mesi invernali, nelle strade a primavera e in estate, ascoltavo di principi e re, di briganti e orchi, di maghe e bambini che si smarrivano nel bosco, di santi e povere donne che andavano ad erbe, che si perdevano nel mondo e fuggivano. Ascoltavo incantato quelle donne che parlavano, si davano il cambio, si fermavano, avvertivano, interrompevano i cunti per invitarci a fare attenzione o stare svegli o mandarci a dormire e, con piacere, ti davano spiegazioni quando non capivi, e ti accarezzavano quando ti spaventavi e ridevano per farti sorridere, e quando ti vedevano stanco cominciavano a dire: «sta arrivando Nofro», l’uomo magico che la sera arrivava con un enorme sacco a portare il sonno a noi bambini e a farci fare bei sogni.

Quanto mi piacevano quei pettini e quegli specchi che intrappolavano e facevano scivolare i cattivi e quelle molliche che facevano trovare la strada ai bambini lasciati soli nel bosco. Il brigante buono che tagliava la testa a chi lo aveva ingannato mi spaventava, ma mi generava un sentimento di pietà. C’erano storie di ammazzamenti, con persone gettate nei calderoni bollenti o nel forno, ma erano malvagi che subivano la punizione che meritavano. E poi c’erano Gesù e la Madonna, san Pietro e gli altri santi, che andavano in giro per il mondo e facevano miracoli e combinavano anche scherzi. A nonna chiedevo spiegazioni: ma perché quella matrigna cattiva voleva uccidere i tre fratellini? Eh, figlio mio, questo era il loro destino.

Già il destino: il grande protagonista di quelle storie. Ed era il destino che stava sopra alle vicende della vita. Un giorno andavamo in campagna e in prossimità di un fiume, sopra un burrone, c’era un altarino, con una croce, dei fiori e la foto di un bambino. Era morto cadendo da quel punto.

«Lu currijava nu bruttu destinu», lo inseguiva un amaro destino, disse nonna. Le storie narrate non erano tanto diverse da quelle della vita. E chissà quale orco aveva spinto quella povera donna annegata nella vasca d’acqua profonda, com’era accaduto davvero in un caso di femminicidio che aveva scosso la nostra fantasia di bambini. E quel venditore di stoffe che girava per le strade, o quella zingarella che agitava le sue palette di rame, non uscivano anche loro dalle fiabe?… Fu qui, sulla scia della demologia di Pitrè e delle riflessioni etnografiche e antropologiche dei meridionalisti, che incontrai Letterio Di Francia e le sue fiabe. Mi misi a leggerle con la matita in mano.

Il fatto è che quelle storie, così ricche di spunti e indicazioni per uno studioso di antropologia dell’alimentazione – quale ero e volevo essere – sortirono subito in me un altro effetto collaterale, del tutto inatteso: sollecitarono un ben più profondo e coinvolgente mio registro emotivo. Mi riportarono, con un’intensità trascinante, irresistibile, a quei miei ricordi di fiabe che rimanevano inespressi e insoddisfatti… Eccolo, dunque, il non piccolo merito che assunse ai miei occhi Letterio Di Francia, in quel periodo di grandi letture e di intensi, giovanili «furori»: l’aver saputo, con le sue Fiabe calabresi, riconciliare il mio studio col mio vissuto, riannodando la ricognizione storicoantropologica e l’analisi morfologica con le emozioni dei racconti che avevo ascoltato da bambino, e che così spesso, attraverso le sue pagine, ritornavano a prendere vita… Così, dunque, era nata la mia passione per le Fiabe di Letterio Di Francia.

E la sua? Come era nata la sua passione verso le fiabe calabresi? Perché aveva deciso di raccoglierle, di lavorarci così intensamente, aprendo per così dire un cantiere di lavoro parallelo a quello dello studio della novella letteraria italiana?

Nella Prefazione – che il lettore potrà leggere qui integralmente – Di Francia non stenta a dichiararlo: questa sua appassionata ricerca è nata anche da un «grande, intenso, appassionato amore per tutti i problemi attinenti al Folklore», e specialmente verso quell’inesausto e inesauribile patrimonio «che costituisce del Folklore la parte più vitale e più amena: ossia il genere narrativo, e direi quasi, l’epopea in prosa delle tradizioni popolari…».

Un amore stimolato dal fatto che nella sua regione, anche in ciò «Cenerentola d’Italia», mancasse una collezione di racconti popolari a differenza di quasi tutte le altre regioni italiane – come aveva lamentato lo stesso Pitrè – e malgrado «la sua storia millenaria di svariate civiltà». Benché ci fossero stati tentativi e ricerche in tal senso da parte di studiosi che pure Di Francia cita, sebbene con qualche dimenticanza e omissione, si trattava ora, all’altezza degli anni venti del secolo scorso, e alla vigilia di una trasformazione che in qualche modo si annunciava radicale, di fare sul serio e fuor di retorica, poiché «i costumi cambiano vertiginosamente, e molte cose, che piacquero per il passato, possono cadere anche in disuso, sotto la forza travolgente dei nuovi bisogni e del tempo, che tutto cancella e modifica».

L’altra ragione stava nel fatto che «la Calabria [è] tutto un continente da esplorare, in fatto di tradizioni popolari, come in tante altre cose, d’una ricchezza sterminata e di tale importanza, da non riuscire inferiore a nessun’altra regione d’Italia», nemmeno alla Sicilia di Pitrè… A me spetta invece segnalare qui gli spunti e le riflessioni interessanti che consentono di leggere queste fiabe come produzioni storico-sociali, come fonti storiche…

Ancora ai tempi della mia infanzia, le figure dei briganti del luogo – di quelli veri, terribili e crudeli come Francesco Moscato, Vizzarro, attivo con la sua banda a inizio Ottocento, così come di quelli più leggendari e inventati  erano temute e presentate con terrore, con intento pedagogico, ma anche con un sentimento di pietà e talora di comprensione per la loro vita infelice o per qualche ingiustizia subita. «Brigantiellu miu» («brigantello mio») era il modo di dire affettuoso e augurale con cui le madri dei paesi silani si rivolgevano ancora a fine Ottocento ai loro piccoli.
ITACA n. 31