Mio nonno Luigi Parpagliolo

144
Giovanna Marini, musicista e cantante, ha regalato ai lettori di Itaca questo affettuoso e sorridente ricordo del nonno, rivelandoci tanti aspetti, anche privati, di un uomo dalla straordinaria personalità

Giovanna Marini
Quando mio padre Giovanni Salviucci, giovanissimo musicista della nuova scuola del neoclassico italiano dei primi anni trenta, moriva per una meningite acuta e incurabile, lui aveva 29 anni, io otto mesi. Di lui non ho ricordi. Chi si è preoccupato di formare nella mia mente un’immagine di mio padre viva e nutrirla di tanti fatti brevi, anche insignificanti, ma per me unici e importanti, racconti, aneddoti, descrizioni, fu proprio mio nonno Luigi Parpagliolo. Allora questo mio prezioso nonno, nonno materno, prese il posto di mio padre e con i miei fratelli e mia madre ho vissuto fino ai 14 anni con lui e la nonna.

Il nonno Luigi era un uomo straordinario, e lo ricordo con molto affetto e ho presenti ancora nella mente le tante cose che lui ci insegnava, ai miei fratelli e a me. Il nonno aveva lasciato la carriera di avvocato penalista a 35 anni, e spesso ricordava con orgoglio a tutti noi di essere nato assieme all’Italia nuova e unita. Una volta rinunciato alla carriera del Foro che lui viveva con molta passione e conseguenti angosce e scrupoli di coscienza che gli levavano il sonno, si era dedicato con passione allo studio delle Arti, e delle magnifiche opere anche naturali di cui è ricco il nostro paese. Insieme a questo coltivava la sua passione per la cultura germanica, fu il primo a tradurre i poemi di Hölderlin, era grande conoscitore di patristica, si dedicò anche alla scrittura di saggi e opere di raccolta di materiale che illustrasse le nostre regioni italiane e la sua Palmi su cui scrisse anche un libro, tutte le sue opere venivano edite dall’editore Morpurgo suo grande amico. Il nonno era anche vice-sovrintendente alle Belle Arti avendo rifiutato il titolo offertogli dal Ministero della Cultura di sovrintendente, sempre per le sue angosce e scrupoli e timori. Era nell’animo uno studioso e fece un gran bene al nostro paese lavorando accanitamente per curarne e proteggerne la straordinaria bellezza, nelle opere e della natura, ma non era un uomo da battaglia, detestava i litigi e le discussioni, odiava le mischie fra intellettuali e spesso ci spiegava quanto si vincesse bene una battaglia semplicemente “volandoci sopra con garbo e maniera”. Mia nonna Bianca, sua moglie, invece era del tipo opposto, si tuffava nelle imprese spesso vane di convincere il prossimo della validità delle sue idee, lottava con i denti per ottenere rispetto e giustizia quando le sembrava che questi fossero compromessi.

Quindi spesso lamentava l’assenza del nonno dalle discussioni e battaglie che si svolgevano nel mondo politico e culturale conoscendo il valore sia morale che culturale del suo amato Luigi. La mattina la nonna andava al liceo Mamiani a insegnare letteratura francese, e il nonno mi prendeva per mano: ”Vieni, bimbetta, andiamo anche noi a lavorare” e facevamo una dolcissima passeggiatina tenendoci per mano e parlando fino al caffè Ruschena, sul Lungotevere, lì tranquillamente seduti mangiavamo qualche pasta, il nonno beveva il suo cappuccino e presto arrivavano i suoi amici, molti calabresi, il musicista Francesco Cilea, il suo amato nipote Felice Battaglia figlio di una sua sorella. Ricordo che una volta venne Benedetto Croce, lo ricordo perché poi il nonno tornando a casa me ne parlò a lungo, di questo grande filosofo, grande didatta, “abruzzese e gentile come la sua terra”. Il nonno Luigi era sempre immerso nel silenzio del suo studio a scrivere. Scrisse parecchi libri di spiritualità come Itinerario spirituale, o di raccolta di descrizioni delle nostre regioni italiane, con molte documentazioni importanti, fra cui La Calabria, magnifico volume difficile da reperire oggi ma ricercato da molti appassionati cultori, libro che conteneva la descrizione puntuale e precisa delle coste della Calabria con tutti i loro elementi di interesse storico ed archeologico ed anche geologico, oltre a racconti e ricerche sul popolo calabrese, l’origine delle sue città, la ricchezza e le ricchezze archeologiche del suo entroterra. E spesso mi diceva: «Guardiamole bene, bimbetta queste coste, sono le più belle e più ricche del mondo e come tali sono più a rischio delle altre coste del paese, perché tutte le cose belle sono le più fragili e vanno difese se le vuoi mantenere così belle come sono nate». Penso spesso a quello che mi diceva il nonno e penso come si sentirebbe adesso guardando le coste italiane e calabresi sventrate in tutti i modi da questi benedetti costruttori incoscienti e avidi.

Certo, la sua mente portata alla speculazione troverebbe una qualche pallida giustificazione ma poi mi direbbe: «bimbetta, portami il mio bicarbonato, non sono fatto per vivere a questo mondo». Il nonno non voleva mai che qualcuno ordinasse a noi bambini il comportamento da tenere, qual era la buona educazione. Sosteneva che ai bambini andasse spiegato cosa era il bene e cosa il male e che poi il bambino agisse di conseguenza, e se uno di noi mostrava di non aver capito bene il suo insegnamento e sceglieva di comportarsi male, con grande godimento il nonno lo osservava con aria perplessa, poi si allontanava con lui e parlava cercando di capire perché avesse scelto di comportarsi così. La cosa risultava complicata a tutto il resto della famiglia. E si raccontano molti aneddoti di interventi rapidi della nonna Bianca che in modo molto più concreto e pragmatico metteva fine alle disubbidienze di noi bambini, ma la regola del nonno veniva spesso commentata a cena da tutta la famiglia, a volte con ironia, altre volte ammirazione per la pazienza dimostrata da questo nonno così particolare. Il nonno non permise che io fossi mandata alle scuole elementari, mi veniva a prendere alla prima elementare dove mia madre mi avevo iscritto e quando gli raccontavo gli insegnamenti della maestra, guardava i compiti che la maestra ci dava da fare a casa, sospirava e borbottava: «Ma che roba…».

Finalmente con mia grande soddisfazione rimasi a casa in pace e la nonna m’insegnava il francese e a scrivere, lui a fare i famosi “temini” che a lui piacevano tanto e sosteneva: «Ecco vedi? A scuola questo non te l’avrebbero mai lasciato dire, o lasciato scrivere, capisci? A scuola si disimpara, non ci andare, ora non hai l’età giusta per difenderti dalla scuola!» Vero è che eravamo ancora in periodo fascista, anche se agli sgoccioli, e certo la scuola e lo zelo degli insegnanti risentivano molto dell’influenza del regime. Poi il nonno decise che Roma era troppo inquinata, io ancora non era nata, era il 1936, quando si fece portare in giro con la Topolino da mia zia Teresa a visitare i dintorni di Roma e fu così che scoprì i Castelli, la meravigliosa campagna romana fatta di vigneti immensi e campi di grano e oliveti, con poche case e alcuni paeselli deliziosi arroccati sulle alture, da cui si poteva scorgere Roma distesa in basso sotto ai nostri piedi e in fondo, azzurro scuro confuso con l’orizzonte, il mare.

Era uno spettacolo al cui fascino il nonno non poteva resistere. Comprò un pezzetto di terra e vi costruì una casetta di campagna, dove non abbiamo mai smesso di andare a vivere a seconda delle pieghe che la vita prendeva. La guerra, per esempio, la passammo in gran parte là perché il nonno si sentiva responsabile della salute fisica e morale della famiglia e dei bambini e aveva deciso che era molto più sicuro vivere in campagna nutrendoci delle nostre stesse colture, lontani dai bombardamenti e dalle retate dei tedeschi che erano l’incubo di tutti i cittadini romani. Anche la nonna, il cui giudizio era fondamentale circa le scelte del nonno, si dichiarò d’accordo e così emigrammo in campagna dove restammo tutto il periodo nero del 1943. Peccato che nelle previsioni dei nonni mancava un dato fondamentale: il comando di Kesselring aveva preso posto proprio all’Osservatorio astronomico, a 500 metri in linea d’aria dalla nostra casa, e questo pullulava di soldati tedeschi spesso affamati e in cerca disperata di cibo, così che ci sequestrarono le biciclette, i prosciutti, il riso e la pasta e la farina, e il maiale che ogni anno ci dava la sicurezza della carne. Non solo, ma il posto era spesso oggetto di bombardamenti aerei delle truppe americane, specialmente dopo l’8 settembre del ’43, giorno dell’armistizio, giorno infausto per tutti noi perché a Frascati, la cittadina più grande a cui tutti i nostri paeselli facevano capo fu proprio rasa al suolo in un terribile bombardamento.

La nonna poi non sopportava il comportamento dei soldati tedeschi e andava su e giù per la strada che conduceva anche a casa nostra sistemandone il fondo col suo bastone rimproverando in tedesco i soldati tedeschi di un comportamento così incivile, rovinare una stradina di campagna! E loro assistevano ai suoi sforzi con aria perplessa e un po’ stupita. E non osavano replicare alla furibonda vecchietta. Il nonno continuava a decantare la cultura germanica, ne era un amante e conoscitore, sostenendo che mai il popolo tedesco si sarebbe assoggettato a perpetrare gli orrori di cui si parlava, in un certo senso fu graziato perché non arrivò a conoscere la verità dei campi di sterminio. I nonni avevano dato ospitalità a due cittadini ebrei romani che cercavano rifugio e vissero con noi tutto il periodo della guerra. Credo che il nonno si sia rifiutato di credere che fosse vero quello che gli dicevano gli amici circa il grave pericolo che faceva correre a noi tutti con questa giustissima ospitalità e in ogni modo sono sicura che non avrebbe mai pensato, nemmeno mia nonna o mia mamma, a non dare ospitalità a due persone che rischiavano una morte atroce nei campi di sterminio se fossero stati trovati, e noi con loro.

Il nonno rimase famoso nell’aneddotica familiare perché al primo bombardamento a Monte Porzio, nella casa in campagna, uscì di casa e si aggirava per il giardino raccogliendo schegge di ferro dalla bombe lanciate dagli aerei dicendo «Bambini! Venite a vedere che roba! Tirano questi ferri! Roba da matti! Ci si potrebbe rompere una gamba!» Finita la guerra il nonno cominciò a stare male: non sopportava la nuova era, trovava che l’arrivo degli americani avesse portato una cultura che non si confaceva alle nostre abitudini, mentali: la Coca Cola, i chewingum, le jeep che correvano troppo e secondo lui salivano le scale mettendo in pericolo i pedoni, la Radio che trasmetteva pubblicità permettendosi slogan come “Omsa che gambe!”, tutto questo lo lasciava interdetto e perplesso, continuava a borbottare «non vi riconosco più» guardando tutti come se li vedesse per la prima volta. Non che avesse perso la testa, sempre lucidissimo, ma il letterato che aveva scritto nel 1925 il magnifico libretto.

Perché siamo tristi spiegando che lo eravamo per il sicuro fallimento della rivoluzione sovietica, non si capacitava veramente di questa velocità di cambiamento nelle città e nelle campagne romane. Erano gli anni 50, ci si preparava al grande boom della ricostruzione, all’avvento della civiltà americana, nuova, che si sovrapponeva alla nostra classica, umanistica, antica. Il nonno ci lasciò nel 1951.
ITACA n.18