Potrei dimenticarlo ancora?

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Lo scrittore Sharo Gambino, (1925-2008) alla morte di Don Bellissimo, scrisse questo commosso ricordo che riproponiamo integralmente ai nostri lettori

Sharo Gambino
Questa volta, a chiedermi il racconto Alziamo le vele è stata la stessa direttrice responsabile della rivista, la dottoressa Rita Leanza. Me l’ha chiesto bagnando le parole col pianto, perché il protagonista dev’essere un personaggio non nato dalla mia fantasia, ma invece effettivamente vissuto e scomparso in maniera tragica: un sacerdote giovanissimo, pieno di vita, che aveva un cervello vulcanico, che sognava e sognava ed aveva idee che, realizzate, avrebbero dato benessere e diecine e diecine di giovanetti e alle loro famiglie: don Bellissimo, il suicida parroco di Giffone. Oggi che mi son deciso a mantenere l’impegno assunto, oggi che prendo a scrivere il racconto – che è poi un affettuoso omaggio allo scomparso – è l’undici di Novembre. Fin che vivrò, questa data non mi uscirà più dalla mente, perché come oggi, un anno fa, improvvisamente, mentre scrivevo il racconto “Al di là della valle” chiestomi da don Bellissimo, mia madre chiuse gli occhi santamente, per sempre.

Era una serata triste, piovigginosa, fredda; ed io stavo alla macchina per scrivere. Mia madre entrò nel mio studiolo e uscì sul balcone. Scambiò un paio di scherzose frasi con alcuni operai che stavano riparando il tetto di fronte, poi rientrò, richiuse. La sentii scendere, con quel suo passo ovattato, le scale. La campana del vespero la chiamava alle funzioni in chiesa alle quali ella non mancava mai. Mezz’ora dopo vennero a chiamarci.

Ci dissero che, uscita dal tempio ed entrata in un negozio per acquistare la cena di San Martino, era stata presa da un malore e non reagiva più. Corremmo, tutti i suoi figli, e la trovammo seduta su una sedia che mani premurose si erano affrettate a porgerle, ma il suo grande cuore era ormai spezzato dal male, la vita le era fuggita nelle ombre della notte incipiente, la sua anima era entrata nella luce dell’eternità. Una scintilla di questa luce io la vidi, una sera, brillare negli occhi buoni di mia madre; e a provocarla era stato lui, il nervoso parroco di Giffone, lui, don Bellissimo. Me lo ero visto piombare in casa all’improvviso contento e felice come un cacciatore che ha snidato la preda ed è sicuro che non gli sfuggirà più.

Lo avevo evitato, infatti, quando avevo saputo che mi cercava per invitarmi a collaborare alla sua rivista. È una confessione dolorosa, ma debbo pur farla: non so perché, vedere i miei scritti – per quanto miseri li riconosca – pubblicati su Alziamo le vele non mi allettava granché. Non perché ritenevo Alziamo le vele una pubblicazione di scarto, ma perché essendo stampata da un prete aveva una qualificazione precisa e questo urtava contro il mio spirito di assoluta indipendenza. Parlò sempre lui, a mitraglia, sorridendo di continuo, pieno di entusiasmo. Mi fece vedere una girandola di realizzazioni, di speranze, mi citò nomi, mi parlò della tipografia che, con sacrifici, aveva impiantato a Giffone e di come, con l’aiuto della Provvidenza, l’avrebbe ingrandita così da farla diventare una vera e propria casa editrice. Io mi difendevo a denti stretti, deciso a non mollare e non mi lasciai allettare nemmeno dalla promessa che egli mi avrebbe pubblicato gratis tutti i libri che volevo, bastava che gli pagassi solo la carta… Mentre egli riempiva tutta la casa della sua voce e del suo entusiasmo (aveva una carica vitale che gli si invidiava, di cui lo si sarebbe volentieri derubato), di là, in cucina, mia madre, come al suo solito ogni volta che qualcuno mi veniva a trovare, preparava il caffè.

E quando venne a servircelo, egli, don Bellissimo, vedendola entrare, s’alzò, attese che ella deponesse il vassoio e chinatosi, con atto di omaggio, le baciò la mano. Oh, io l’indovinai subito cosa ci fu nell’anima di mia madre in quel momento! L’indovinai immediatamente cos’era che aveva acceso nei suoi occhi quella luce divina che non saprò mai descrivere per quanto la conservi intatta nella memoria, incancellabilmente: un sacerdote, un ministro di Dio, le aveva baciato la mano! Era un onore a cui la sua modestia e la sua umiltà di fedele e devota praticante cattolica non avrebbe mai saputo e potuto aspirare. Certo, se avesse previsto il gesto, si sarebbe schernita, avrebbe cercato di evitarlo, ma don Bellissimo era stato rapido e con quel bacio sul dorso della mano l’aveva resa felice e stordita e le aveva acceso negli occhi la luce e le aveva messo nella voce una vibrante commozione.

E perciò don Bellissimo se ne andò con la promessa (di cui non mi sono mai pentito) che avrei scritto un racconto per ogni numero della rivista che sarebbe uscito. Comunque, ebbe sempre cura di tenermi informato della data di scadenza, di avvertirmi in tempo con brevi lettere talvolta scritte con uno scherzoso stile telegrafico; e poi si affrettava a comunicarmi che quel che avevo scritto gli era piaciuto e che lo avrebbe pubblicato e sempre si faceva un dovere di mandarmi decine di copie del mio racconto in estratto perché le distribuissi agli amici.

Diventammo grandi amici. Come avrebbe potuto essere diversamente? Don Bellissimo costruiva intorno alle persone che stimava una fitta rete le cui maglie erano rappresentate da cortesie, sorrisi, parole buone, favori; così che quasi inavvertitamente ti trovavi a volere le stesse cose che voleva lui, ad amare quel che amava, soprattutto quella tipografia che era alla sommità dei suoi pensieri e delle sue preoccupazioni. Ne parlava continuamente, instancabilmente.

Ne era letteralmente ossessionato, troncava a metà un discorso per dire ad alta voce il pensiero che in quel momento gli attraversava la mente e che la riguardava. Lo preoccupava la formazione dei giovani che vi lavoravano: sognava per loro un avvenire gravido di frutti e per questo, più e più volte, allo scopo di incrementare con la pubblicità il lavoro della tipografia per facilitare la sua via, mi richiese una delle mie conversazioni radio. Ed io gliela promisi sempre, ma sempre la rimandai, ed oggi sono scontento di non avergli dato anche quella piccola soddisfazione. Ma come prevedere quel che sarebbe accaduto il 22 agosto? Ci pare che il tempo sia inesauribile, che la vita non s’abbia mai a fermare e poi…

E poi, la nera Parca con un colpo senza cesoie spezza il filo ed ogni pentimento ti torna inutile perché ormai non si rimedierà più a nulla. Più a nulla, più a nulla! Perciò, anche mi ripeto: oh, se lo avessero ascoltato, se lo avessero preso sul serio gli scrittori calabresi riuniti a Catanzaro nel mese di gennaio! Erano tutti là, a discutere i loro problemi; e fra gli altri intervenne don Bellissimo: A voce alta, eccitato dalla proposta che stava per fare, disse: “Vi lamentate che non avete una tipografia vostra? Ma voi ce l’avete già: è la tipografia Alziamo le vele. È vostra, venite, pubblicate quel che volete!”. Ed agitava, nel frattempo, in alto, una copia della sua grossa rivista.

Ma più d’uno sorrise, incredulo a quella allettante proposta; e solo Lorenzo Siclari, nel pomeriggio, quando si alzò a fare il punto sulle di – scussioni avvenute, chiese dov’era quel prete che al mattino si era mostrato così speranzoso e tanto generoso, ché avrebbe voluto abbracciarlo. Ma don Bellissimo se n’era già partito, era tornato alla sua Giffone, in mezzo ai suoi giovani maestri tipografi a sperare con loro e insieme a loro sognare la tanto sospirata linotype che non venne perché non bastavano i soldi e c’era ancora da pagare il macchinario già acquistato. Forse, quel giorno, a Catanzaro, l’unico a sapere che la proposta di don Bellissimo era seria, ero stato io. Io lo sapevo che le sue non erano parole vane, inutili promesse, quelle che aveva detto girando attorno all’uditorio quel suo sguardo acceso. Avevo i fatti, a provarmelo. Quel mio fortunato volume di novelle, Il sesso dei gatti, fu stampato proprio nella sua tipografia, in quattro e quattr’otto, e con la richiesta di un contributo mio tanto esiguo che mi sentii in dovere di aggiungere qualche altra cosa: e ricordo la preoccupazione di don Bellissimo che non voleva accettare “il mio sacrificio” e anche qualche mese dopo, rincontrandomi, tornava a ripetermi che se mi ero pentito di quel contributo extra, egli era pronto a restituirmelo.

Il cruccio continuo di don Bellissimo era che la sua rivista non incontrava il favore degli scrittori calabresi già affermati, si sentiva umiliato dai continui rifiuti con cui le sue preghiere di collaborazione erano accolte. E ricordo (ma che catena di ricordi m’affiora alla mente, oggi! E riuscirei mai a scriverli?), e ricordo la gioia, la commozione del giovane parroco di Giffone il giorno in cui, salito sulla collina di Pescano a trovare Fortunato Seminara, ne ridiscese con qualcuna delle sue cartelle inedite dell’autore de Il vento nell’oliveto. Gli pareva di aver toccato il cielo con un dito, non stava più nella propria pelle, era come se fosse pervenuto ad una svolta, la più importante, della vita della sua creatura di carta, come se in quel momento, dietro l’esempio dell’illustre scrittore di Maropati, tutti gli altri (Domenico Zappone, Saverio Strati, Leonida Répaci, Mario La Cava, Luigi Lombardi-Satriani, Giuseppe Selvaggi… Tutti, tutti gli altri) avrebbero fatto a gara perché Alziamo le vele diventasse la più sicura e la più vera, la più autentica antologia calabrese, una tribuna libera a tutte le idee e ad ogni tendenza culturale. Invece, quell’aiuto morale non gli venne. Ed oggi, oggi che, irrimediabilmente, nulla c’è più che si possa salvare, qualcuno si pente di non aver saputo o voluto sacrificare un’ora della propria attività per confortare col proprio valore la solitudine fattiva e creatrice di don Bellissimo.
ITACA n.13