Quel misterioso tesoro nascosto

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Alarico riaccende fantasie o realtà sepolte? Il dibattito si annuncia a tutto campo.

Battista Sangineto

Un fantasma s’aggira per le tristi contrade della Calabria e di Cosenza: il fantasma di Alarico.

La ragione principale della persistenza della memoria di questo re barbaro si fonda sul tesoro che sarebbe stato seppellito con le sue spoglie mortali.  La poesia dalla quale origina una parte consistente della fortuna della leggenda di Alarico, Das Grab im Busento, è opera del poeta romantico tedesco August von Platen-Hallermünde. Poesia che divenne famosa, in Italia, grazie alla traduzione che ne fece Giosuè Carducci.  Riguardo alla vicenda della morte e del seppellimento di Alarico l’unica fonte letteraria diretta della quale disponiamo, la stessa cui attinge von Platen, è il De origine actibusque Getarum scritto, intorno al 550 d.C., da Iordanes, storico ed apologeta dei Goti. Centocinquanta anni dopo la morte, avvenuta nel 410 d.C., Iordanes  scrive: “E mentre Alarico, respinto da questa avversità, meditava sul da farsi, colto da morte immatura subitanea si allontanò dalle cose umane. I goti, piangendo per il grande affetto nei suoi confronti, deviano dal suo corso il fiume Busento presso la città di Cosenza. Un fiume che scorre con acqua pura scendendo dai piedi del monte fino alla città. Raccolta, pertanto, una schiera di prigionieri in catene, scavano in mezzo all’alveo il luogo della sepoltura, tumulano Alarico nel centro della fossa con molte ricchezze, riportano il fiume nel suo alveo e, affinchè il luogo non fosse riconosciuto da alcuno, uccidono tutti gli scavatori …”.

Da questo racconto si deduce che, a causa dell’accidentale morte del re nei pressi di Consentia, centinaia di antichi cosentini furono costretti dai visigoti, prima a deviare il fiume e, poi, a seppellire Alarico con il bottino frutto del saccheggio di Roma e di tutta l’Italia meridionale. Per evitare di lasciare testimoni ed eventuali, futuri, cercatori di tesori, i visigoti trucidarono tutti i prigionieri cosentini che avevano partecipato alla sepoltura. Gli assassinati  in catene erano certamente antichi abitatori della Consentia romana perchè quei barbari, per esser più liberi di combattere,  non avevano di certo attraversato l’Italia portandosi dietro prigionieri. Perché, dunque, celebrare con un Museo – inevitabilmente virtuale perché non abbiamo un solo reperto collegabile ad Alarico – un invasore, saccheggiatore, violentatore e assassino, ma, soprattutto, perché celebrare, intitolando loro una piazza, persino quei goti che trucidarono, milleseicento anni or sono, centinaia di nostri progenitori?

Quello dell’attuale Amministrazione comunale, quindi, è solo desiderio di annettersi, di rivendicare a sé chiunque goda di una qualche fama internazionale per costruirsi un’identità? una sorta di gigantesca, collettiva “sindrome di Stoccolma” quella che ha colto le popolazioni di queste terre? Non è, forse, un’incapacità di autorappresentarsi in modo diverso, positivo, auto-affermativo e auto-elogiativo? una sorta di gigantesca, collettiva “sindrome di Stoccolma” quella che ha colto Cosenza e numerosi suoi cittadini?

Di recente si è aggiunta la stipula di una convenzione fra il Comune di Cosenza e la Soprintendenza per la ricerca del tesoro di Alarico che credo, insieme a diversi miei colleghi, sia non solo priva di domande storiografiche metodologicamente corrette, ma paragonabile soltanto alle ricerche che conducono, nei film e nei fumetti, improbabili ricercatori alla ricerca di ancor più improbabili tesori. Un tesoro, quello presunto di Alarico, la cui presenza è testimoniata da una sola fonte letteraria, Iordanes, che non è molto attendibile poiché scrive diverse generazioni dopo i fatti e, anche, perché è un apologeta dei goti.  Se si vuole condurre una ricerca archeologica a Cosenza e nel suo agro, se ne programmi una che sia rivolta alla conoscenza integrale del paesaggio storico della Media Valle del Crati, così anche da offrire lavoro e possibilità di formazione ai numerosi giovani che studiano e si laureano in archeologia presso l’Università della Calabria.

Ritengo, peraltro, che la costruzione di un brand Alarico sia non solo storicamente sbagliata e socio-antropologicamente manipolatoria, ma anche umiliante per una città – dal IV sec. a.C. capitale dei Brettii e, poi, importante municipium romano – ed una popolazione che, nel corso dei secoli, hanno saputo esprimere ben altre, e più alte, personalità: Aulo Giano Parrasio, Bernardino Telesio, Sertorio Quattromani, Valentino Gentile, Francesco Saverio Salfi, Giovan Battista Amici, Alfonso Rendano, Pasquale Rossi et cetera.

Sono convinto che solo il restauro complessivo e capillare della Cosenza storica – che l’attuale sindaco vorrebbe, selettivamente, addirittura abbattere perché pericolante – potrebbe mettere in moto un meccanismo virtuoso nel quale la redditività del patrimonio culturale cosentino e calabrese non risiederebbe solo nella sua commercializzazione e nel turismo che esso potrebbe produrre, ma in quel profondo e indispensabile senso di appartenenza e di cittadinanza ispirato dalla propria Storia e dai valori simbolici ad essa collegati. Chiedo, di conseguenza, al competente Ministro Dario Franceschini, al Soprintendente Mario Pagano e al Sindaco di Cosenza Mario Occhiuto di abbandonare il progetto di ricerca del tesoro, il progetto del Museo di Alarico e auspico, invece, la progettazione e l’esecuzione del recupero integrale dello straordinario, per antichità e ricchezza storico-architettonica, Centro storico di Cosenza.

*Battista Sangineto, docente di “Metodologia della ricerca archeologica” Unical, Arcavacata

ITACA n. 34