Quando la terra chiama

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Si pensa spesso all’artista come a una persona prevalentemente immersa in un personalissimo mondo fantastico, alimentato da pulsioni interiori, dal quale sostanzialmente la realtà rimane se non esclusa, periferica. Ma può pure accadere che sia proprio l’artista, col suo misterioso istinto creativo, a percepire e rappresentare in anticipo, con le forme della sua arte, ciò che la realtà da lì a poco proporrà, spesso in forma drammatica. Maurizio Carnevali, pittore e scultore, nel dipingere “Mare Nostrum. La Pietà di Donna Canfora”, cioè la leggenda della nobil donna che attirata con l’inganno sulla nave saracena si butta in mare per sottrarsi alla prepotenza del suo rapitore, aggiorna, quasi una premonizione, il mito romantico: Donna Canfora nella profondità degli abissi accoglie amorevolmente fra le braccia i corpi dei migranti della traversata della speranza.

Antonello Riotto

Maurizio, questo tuo dipinto è anteriore alla tragedia di Lampedusa. Possiamo dire che dietro ogni tua realizzazione c’è sempre la necessità di voler raccontare qualcosa di più profondo? In particolare in quest’opera c’è un messaggio politico? «Continuo a credere che la pittura non possa non contenere messaggi sociali: non può essere solo decorazione, ma certo non può essere solo messaggio sociale o politico. Renato Guttuso, a un certo punto della sua vita, sostenne che è meglio dipingere una bella rosa piuttosto che un brutto manifesto politico. Quanto a “Mare Nostrum”, è il seguito di una serie di opere sullo stesso tema che ho cominciato a dipingere circa sei anni fa. La tragedia di Lampedusa era già allora più che annunciata, ma era una realtà che non volevamo vedere e solo le sue improvvise e straordinarie proporzioni ci hanno costretto a non ignorarla. Il nostro mare, culla della più antica cultura, è oggi divenuto un liquido cimitero di uomini e di ogni forma di speranza. Le nostre coscienze sono da troppo tempo intorpidite». Il tema dei Giullari è da te molto trattato. Nonostante essi abbiano avuto un ruolo preminente nel campo della diffusione del sapere e dell’arte, utilizzando le sublimi arti della musica, della parola, della mimica, della teatralità, vengono e venivano anche all’epoca molto spesso intesi come personaggi buffi, paradossali: dei reietti. Come li intendi nella tua arte e credi di poter trovare affinità personali in essi? «Il giullare è nella mia dimensione fantastica la sintesi dell’uomo in bilico. Da una parte l’istinto puro a creare attraverso il gesto, la parola e la musica, il suo stesso ruolo d’artista; dall’altra l’impossibilità di rinunciare alla sua umanità popolana e all’essere sottomesso alla rozzezza del suo signore, che spesso lusingava mostrando di sé un aspetto ancora più dimesso e ridicolo di quanto realmente non fosse. Nel giullare ritrovo tutte quelle verità e quelle contraddizioni che non sappiamo vedere. Ciò corrisponde intimamente alla mia unica certezza che vede la verità mai unica e soprattutto mai definitiva». La tua produzione è molto variegata: ti occupi di pittura, scultura e grafica. In un contesto storico in cui ognuno cerca di specializzarsi in una cosa specifica per poter emergere, credi di essere fuori dal tempo oppure il tuo essere versatile oltre che essere una esigenza probabilmente artistica è ancora una virtù? «Hanno tentato un tempo di farmi capire che non era utile occuparsi insieme di pmie mani, anzi ne vorrei avere un’altra. Mi sveglio presto tutte le mattine con un solo desiderio: quello di poter trascorrere ancora un giorno a dipingere, a scolpire o a incidere una nuova lastra. Tutto ciò è ancora una virtù? Mi basta aver capito che questa è la mia vita». Hai confessato di avvertire il tuo lavoro come un’esigenza, potremmo dire pressoché fisiologica. Come riesci a contemperare questa necessità con la capacità di realizzare una tale quantità di opere tutte diverse senza rischiare di ripeterti? «Il mercato ha abituato i fruitori dell’arte, e soprattutto ha indotto gli artisti, alla ripetitività. Chi come me ha scelto di vivere la propria “avventura professionale” libero e nella nostra terra vuol dire anche che ha scelto di vivere al di fuori delle logiche del mercato. In un certo senso dover dare conto solo a me stesso del mio lavoro mi rende in buona misura “imprevedibile”. Naturalmente non posso prescindere da una realtà che investe l’ambito pratico della
mia stessa esistenza, per cui sarei ipocrita a negare che i miei piccoli compromessi devo accettarli. Mi considero fortunato ad avere un rapporto con il mio lavoro, dopo tanti anni, per nulla logoro; mi procura ancora una grande curiosità, la voglia di cercare, di inventare. Forse di capire cosa riuscirò a fare da grande».Pittura e di scultura e d’incisione, ma sarebbe stato come tagliarmi una mano.molto spesso nel termine: espressionismo onirico. In effetti, osservando le tue opere, spesso si avverte quasi la sensazione
di essere come catapultati all’interno dell’immaginazione travolgente che ti ha spinto a realizzarle, sensazione molto simile a quella che ognuno di noi sperimenta con i sogni. Se fossi tu a definire la tua arte replicheresti questa espressione o come la definiresti? «Penso proprio che “espressionismo onirico” ci possa stare, ma non è facile inquadrarmi in una corrente o un movimento. Non perché io sia un mostro di originalità, ma perché il mio linguaggio deriva da un amore sconfinato verso la buona pittura e la buona scultura, tutta. A quest’amore aggiungo solo un pizzico di sale che è il mio dato calligrafico, le mie… impronte digitali, la mia chimica cerebrale e la mia spinta impulsiva! Se potessi raccogliere ad una ad una le sensazioni che ognuno prova davanti ad una mia opera forse capirei dove vado, ma resterebbe comunque la certezza che sono, in arte, figlio di innumerevoli madri». Nell’attuale contesto italiano, come vedi il ruolo dell’arte e, in quanto artista, cosa ti senti di consigliare ai giovani che si avvicinano a questo mondo, vista la prassi politica degli ultimi anni che non ha esattamente lavorato a vantaggio della cultura? «Innegabilmente la cultura e la ricerca hanno subìto tagli spropositati. Penso comunque che il ruolo dell’arte debba restare avulso da forme di coinvolgimento nei meccanismi burocratici o assistenziali dello Stato. Gli artisti devono mantenere la loro totale indipendenza, soprattutto dallo Stato che non garantisce attraverso i suoi apparati alcuna forma di obiettività e trasparenza. L’artista deve cercare il suo spazio nell’ambito del “mercato”, che seppure definito da un pessimo termine resta l’unica realtà attendibile a cui affiancare il proprio percorso. In una terra difficile come la nostra Calabria tu hai invece deciso di radicare la tua vita non solo dal punto di vista artistico. La Calabria è un coacervo di realtà molto eterogenee, a volte in contrasto, quasi sempre sorprendenti. Com’è lavorare in Calabria, vivere i paradossi e le meraviglie di questa terra, quali sono, se ci sono, i limiti del vivere qui (di sicuro non presenta le mondanità di posti come Milano, Roma…) soprattutto essendo un artista e quali invece i pregi? «Se pensassi che la vita d’artista è una realtà scollata dalla vita d’uomo e se volessi salvaguardare la prima a discapito della seconda penserei di me che sono stato uno stolto a decidere di ritornare per restare in Calabria. Negli anni della mia giovinezza le opportunità erano solo altrove, non certo in Calabria, eppure furono proprio quelli gli anni in cui decisi di ritornare nella mia terra. Forse fu una sfida a me stesso o a questa terra o a quella terra. Non lo so davvero cosami spinse, probabilmente ciò che dopo sarebbe accaduto: fare il pittore, lo scultore a tempo pieno. E soprattutto senza ripararmi prudentemente sotto l’ombrello dello Stato. «Fra mille contraddizioni questa Calabria sta cambiando; quelle differenze con le regioni del nord, che un tempo erano profonde, ora sono meno significative. Politicamente direi che sono state azzerate. Culturalmente, se riuscissimo a rinunciare a qualche sagra della cipolla o della castagna, potremmo riconquistare quell’omerico orizzonte che forse corrisponderebbe a una nostra più giusta dimensione».