Polvere di stelle

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Sogni di celluloide di un provinciale, Attilio Bossio, che ebbe il suo momento di gloria nella Capitale, ma seppe tornarsene a casa, senza rimpianti per quello che avrebbe potuto essere e non fu

Giulio Plange

Nasce ‘nessuno’ Attilio Bossio, classe 1924, figlio di ciabattino che per far studiare i figli s’inurba a Cosenza, con casa e bottega in
Piazza Riforma, ma lui, Attilio, pur frequentando le magistrali, ha il cinema per la testa; perché tutti gli dicono che somiglia sputato a Leonardo Cortese, icona del divismo nostrano; e, in quei tempi di opulenza retorica in cui i sogni collettivi o sono “imperiali” o sono niente, ci si aggrappa anche alla fisiognomica per fantasticare in privato ed esorcizzare la qualunquità, e se, ad esempio, uno ti dice “somigli a Meazza”, ti vedi già a San Siro a far camionate di goal; e siccome a lui dicono, per l’appunto, che somiglia a Leonardo Cortese, il suo sogno non può che essere di celluloide. Poi si scopre anche cantante, con una voce non sostenuta ma intonata e gradevole, e comincia a guadagnar qualcosa cantando a matrimoni, feste patronali, veglioni…, facendosi tanti estimatori, che considerano un peccato che si perda a Cosenza e, nell’immediato dopoguerra, fanno una colletta fra gli abituali frequentatori del bar Taormina, tòpos d’una cosentinità più indolente e cazzeggiante che vitaiola, e gli mettono in mano i conquibus per il biglietto fino a Roma, caput mundi e, quindi, anche caput cinematografica e caput canora! Solo che, giovinotto che non ha mai varcato i confini del contado, una volta sceso a Stazione Termini, il 13 gennaio 1947, un po’ per la paura di rimaner stritolato fra i tentacoli della capitale, e un po’ per l’improvvisa consapevolezza di non possedere alcun apriti sésamo per far socchiudere le porte del mondo dello spettacolo, per oltre un mese è incapace di varcare il perimetro concentrazionario della stessa stazione, barbone fra i barboni. Finché l’angelo salvatore non arriva nei panni di un compaesano, il quale, intuitene le difficoltà, se lo porta a casa, lo ripulisce, gli mette
a disposizione un letto e un pasto caldo. E comincia, così, per lui un timido girovagare “questuante” per una Roma ove, alba di “dolcecielo piove “polvere di stelle”, ogni caffè e ristorante e trattoria ha la sua orchestrina con relativo cantante per allietare le notti bianche di turisti e divi e gaudenti; giri, peraltro, a passi strascinati, ché ha le scarpe bucate e se ne vergogna. Poi, una sera, senza più un soldo, prende il coraggio a otto mani e si offre al proprietario del Caffè Berardo in Piazza Colonna: provino seduta stante vita” e dae… “sarà stato per la fame, sarà stato per la disperazione”, gli “esce” un Viernu irripetibile. Insomma, in qualche modo è fatta e la sua quotidianità comincia a intramarsi all’incontrario (lavorare di notte e dormire di giorno), rimediando sempre un bel po’ di grana fra mance ed extra all’Ambra Jovinelli (casinaro tempio dell’avanspettacolo ultrapopolare, dove in platea si sta con l’ombrello aperto, ché il meno è che si mettano ad orinare dal loggione; e a lui, una sera, mentre canta, gli arriva in testa una cicca accesa e i capelli gli cominciano a fumare fra le risate generali); e arrivano pure le prime comparsate a Cinecittà, insieme ad uno con chitarra incorporata col quale, nei tempi morti fra una scena e l’altra, intona qualche canzone, e si chiama Domenico Modugno. E punta alla Rai, allora in via del Babbuino, ove ogni lunedì si fanno audizioni: lui puntualmente si presenta e puntualmente è scartato per “l’impotenza” della voce, e ogni volta la commissione si piglia pure il passaggio “ma non hai in Calabria un pezzo di terra da coltivare?!”. Fino ad una sera speciale – intanto è passato a cantare dal pomeriggio alle 21 al ristorante
“Belsito”, e dalle 21 alle 4 del mattino al “Faro”, ritrovo frequentato da “pezzi grossi” e divi americani che a Cinecittà girano “films-pepli” in serie – non appena finisce di intonare Scalinatella, un cliente lo chiama, gli chiede se ha mai fatto un provino alla Rai, e, saputo che il risultato è stato il consiglio di darsi all’agricoltura, gli passa il biglietto da visita. È Sergio Pugliese, direttore generale giusto della Rai, che lo fa assumere quale cantante fisso (loimarrà per otto anni) dell’orchestra radiofonica di Gino Filippini. Ed è per Attilio la definitiva affermazione, ché al tempo la radio è la “televisione” attorno alla quale si raccoglie tutto il Paese, ed il quotidiano tormentone “suona l’orchestra di Gino Filippini, cantano Claudio Villa, Donatella
Bianconi e Attilio Bossio …”, lo fa conoscere dall’Alpi al Lilibeo, e poco importa che alla stessa Rai siano lésine che manco i cani, il guadagno è d’altro genere: incisioni in esclusiva per la Vis-Radio, ingaggi polposi, serate, tournées. Solo che anche quando veleggia col vento in poppa, egli rimane il provinciale pulito che non sgomita, non si dà da fare e accetta come un benevolo regalo del destino quel che gli offrono le occasioni: irrituale in un mondo di rituali, non ha un agente, non profitta delle amicizie pure influenti che si fa, non si sa vendere. E per Attilio Bossio finalmente suona anche l’ora del cinema; sì, vanta già tante comparsate, e varie presenze in “films-pedalini” (girati alla meno peggio per i mercati di bocca buona dell’Est), e qualche particina non indegna (Fifa e arena, Serenata amara, Primo applauso, Non scappo, fuggo…); ma le vere occasioni gli arrivano quando il regista di Serenata amara si ricorda di
lui e, anche per cavalcarne la notorietà radiofonica, gli affida la parte di protagonista ne I cinque dell’Adamello, e di co protagonista, accanto ad un divo del tempo quale Ettore Manni, in Agguato sul mare, film certo non passati alla storia del cinema, ma con una loro dignità di “genere”, non foss’altro perché consonanti al sentir popolare del tempo e fanno parecchia cassetta.
Poi, nel ’60, mentre è impegnato a cantare alle piscine del Foro Italico, fra bella gente in sdraio e drink in mano (fra cui il sarto Schubert che vuole essere ogni volta accolto con Donna, tutto si fa per te), si ricorda di lui il compagno di comparsate a Cinecittà, Domenico Modugno, che, per il centenario dell’Unità d’Italia sta mettendo in scena il Rinaldo in campo di Garinei e Giovannini, e che gli affida la parte del cantastorie; ed ha una parte di rilievo pure nella successiva Tommaso d’Amalfi, diretta da Eduardo, che lo stesso Modugno, sull’onda del successo strepitoso del Rinaldo in campo, ritiene di potersi tranquillamente permettere e che, invece,
si rivela un mezzo fiasco. Ma gli anni passano anche per Attilio Bossio: una sera del ’72, durante una serata a Tor Pignattara, dal pubblico un giovane gli fa: “A nonné, e facce un disco di vita!”. Quel “nonnetto” lo mette in crisi, è il segnale che è un sopravvissuto, che qualcosa sta cambiando irrimediabilmente e deve correre ai ripari, anche perché fin lì ha tenuto le mani bucate e non ha messo un centesimo sotto il mattone: pur continuando a proporre, per altri nove anni, un suo spettacolo multilingue alla Taverna Ulpia ai Fori Imperiali, apre la pizzeria “Piccola Calabria”. E quando proprio non ce la fa a resistere oltre in una Roma che non è più la sua, se ne ritorna a Mendicino (Cs), in una casa dagli orizzonti franchi, ove, in un giorno per lui ormai uguale a tanti, si spegne, senza rimpianti per quel che poteva essere e non è stato, e senza vanterie da reduce.