Tornare e restare perché il pianeta viva

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Un ”dottò” straordinariamente disponibile all’ascolto di pazienti che riferiscono non soltanto malanni, ma storie, confidenze, pettegolezzi. È Cataldo Perri “medico per mangiare e musicista per vivere” che racconta e si racconta nel segno indelebile, suo e dei compaesani, quello dell’emigrazione

Maria Frega

Giunto alla seconda edizione, è arrivata anche la consueta fascetta editoriale: “Un libro che diverte e commuove. Un’autentica sorpresa!”, firmato: Carmine Abate. Lo scrittore italo-albanese, premio Campiello 2012, è lo sponsor d’eccezione Per Ohi dottò, il libro di Cataldo Perri, pubblicato da Iride-Rubbettino. Il sodalizio tra i due calabresi, ora pienamente letterario, era nato sulle note della musica popolare, perché Perri da anni accompagna i reading letterari di Abate in giro per l’Italia con la sua chitarra battente e con il recupero della tradizione di Cariati e dintorni. Ohi dottò è una raccolta di storie molto personali: trent’anni di aneddoti e di ricordi, dagli studi a Perugia nella facoltà di Medicina agli ambulatori dei piccoli centri dello Jonio e della Sila. Cataldo Perri, infatti, si definisce “medico per mangiare e musicista per vivere”. Ha firmato opere musicali e teatrali, rappresentate anche all’estero, come nel caso di Bastimenti; l’ultimo disco, invece, è del 2011, Guellarè. Dopo gli studi da fuori sede, raccontati con nostalgica autoironia, è tornato nella sua Cariati per esercitare la professione di medico di famiglia. «Dovevo tornare, non ritenevo giusto che tutti i giovani, una volta laureati, se ne stessero fuori nelle città già ricche di tutto. Il nostro paese aveva bisogno di noi, per non morire». Una scelta esistenziale e professionale a cui Perri resterà fedele. Il training quotidiano alla pazienza, all’ascolto sicuramente ha alleviato le sofferenze e le ansie di una moltitudine di pazienti; in più, ha arricchito il bagaglio di storie, pettegolezzi, confidenzedeclinate in questo libro. Il segreto professionale è rigorosamente rispettato, eppure… come mantenere i segreti carpiti entrando nelle case dei suoi compaesani, come non rivelare gli eccentrici rimedi casalinghi inventati dai suoi pazienti? Dalle punture di zecca come succedaneo del Viagra ai fantasiosi riti per colpire e difendersi dal “malocchio” fra parenti acquisiti: c’è questo e altro, nel libro di memorie lievi e confidenziali del “dottò”. In ogni episodio, immancabile il dialetto vivacizza la scena e rende autentici e riconoscibili i tic, le manie e, talvolta, le ire delle centinaia di coprotagonisti del racconto. E poi, ci sono i profumi e i sapori delle cucine calabresi, che trapelano per i rioni frequentati dal medico e sono ampiamente esportati ovunque, dalle città universitarie italiane alle fabbriche dei “germanesi”. Come un filo rosso, inoltre, la musica accompagna i momenti più intensi, perché trent’anni di esistenza non possono raccontarsi soltanto in ambulatorio e con un ricettario da riempire. Tutto comincia con una chitarra acquistata via catalogo e prosegue con un preziosissimo esemplare della tradizione liutaia dei De Bonis di Bisignano. «Un gioco di colori, strie scure e oro, mogano e acero, palissandro, abete rosso della Sila, una rosa del vento di legno ricca di fregi a coprire la buca. Lampi di madreperla a contorno del rosone e il fondo bombato con doghe di legno piegate al vapore… Nella sua cassa panciuta risuonava la risacca del mare, il suo eterno ritorno. Come una grande conchiglia sapeva regalare onde sonore infinite, ossessive e circolari…». Un altro legame percorre le storie di pazienti e compaesani: l’emigrazione. Mentre Cariati si spopola, l’ambulatorio si affolla solo di anziani e di “vedove bianche”, come si usano chiamare le mogli di chi è riuscito a trovare un impiego soltanto oltrefrontiera. Sono i temi e i sentimenti che, per primo, Carmine Abate ha divulgato con i suoi romanzi, scenari dai quali nessuna narrazione che riguardila Calabria può, nostro malgrado, fare a meno. E tanti anni di musica e ricordi non possono essere soltanto felici. Perri non si censura e racconta la malattia e le ombre della morte, perché anche i medici rischiano diventare pazienti. Sono sicuramente queste, le pagine che Abate cita come
commoventi. In esse, tuttavia, traspare la tenacia infonde pazienza e fiducia, e la lettura di Ohi dottò diventa completa, chiude il
cerchio delle emozioni con il racconto più intimo e sincero. Non potevano mancare, anche in questa fase, gli “assistiti” che, festanti, corrono incontro al loro medico appena uscito da un ospedale del Nord: “Bono venutu dottò! Bono passatu!”. Salvo poi incalzare: “A che ora precisa venite a trovare a nonna?”