Zanotti Bianco l’angelo senza ali tra la perduta gente

32

Figlio di un diplomatico piemontese e di una donna di origini anglo-svedesi, scoprì la realtà calabrese e del Sud Italia accorrendo come volontario in riva allo Stretto dopo il terremoto del 1908.Una vita spesa per il riscatto del Meridione nel solco dei valori unitari

Enzo Romeo

 Umberto Zanotti Bianco scoprì la Calabria accorrendo da volontario in riva allo Stretto dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Non aveva neppure vent’anni. Figlio di un diplomatico piemontese e di una donna di origini anglo-svedesi, Umberto frequentava i circoli del cattolicesimo riformista ed era amico di Antonio Fogazzaro. Fu lo scrittore vicentino ad aprirgli gli occhi sulla realtà del Mezzogiorno e sulla sua separatezza con il resto d’Italia.

Per Zanotti Bianco, impastato di idee mazziniane, era inaccettabile che una parte della nazione fosse tenuta ai margini. Per lui i valori unitari dovevano rappresentare un volano per la crescita dell’intero Paese.

Lo scenario che trovò a Reggio e in Aspromonte lo sconvolse profondamente.

Da allora tutta la sua vita fu dedicata al riscatto del Meridione. Iniziò un’esistenza errante segnate dall’abbandono e dalla povertà. La sua prima base fu una baracca a Villa San Giovanni. Da lì ogni giorno a dorso di mulo raggiungeva le zone più marginali e impervie.

La scuola elementare di San Luca fotografata da Zanotti Bianco

La gente vedeva arrivare quella specie di angelo biondo, alto e dal portamento austero e signorile. Lo guardava mentre si prendeva cura dei loro figli, apriva scuole, dispensari, centri di assistenza.

Costituì l’Animi, l’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia; fondò con l’archeologo Paolo Orsi la Società Magna Grecia, per il recupero e la valorizzazione del patrimonio storico del Sud. Italiano a tutto tondo, fu ufficiale dell’esercito durante la Prima Guerra mondiale e fu ferito gravemente durante gli assalti al Monte San Michele.

Per le sue idee liberali fu osteggiato dal fascismo. La politica autarchica di Mussolini non poteva ammettere l’esistenza di una questione meridionale.

Alla caduta del regime rifondò la Croce Rossa Italiana di cui divenne presidente. Si dimise nel ’49, stufo dell’invadenza della politica. La missiva con cui annunciava al capo del governo la sua decisione di lasciare il vertice della CRI la scrisse da Santa Caterina dello Jonio: “Caro De Gasperi, la tua lettera mi ha raggiunto in Calabria al ritorno da uno di quei centri desolati per i quali sembra la cristianità sia sorda e senza pietà.

Puoi credermi se ti dico che con quella dolorosa visione negli occhi tutti i dissidi di Roma mi sembrano lontani e di poca entità”.

Tuttavia non si ritirò mai sull’Aventino. Aderì al Partito liberale italiano e nel 1952 , fu nominato senatore a vita dal presidente Einaudi. Tre anni dopo fu tra i fondatori di Italia Nostra: si era convinto che il futuro della Penisola passava anche dal rispetto dell’ambiente, che nei frenetici anni della ricostruzione veniva maltrattato in nome delle urgenze urbanistiche e industriali. Quando morì a Roma, il 28 agosto del 1963, tutti dissero che si era spento un apostolo laico che aveva fatto della rinascita del Sud la sua ragione di vita.

 ITACA n. 14